“1945”: un film in bianco e nero che ricostruisce il passato ungheres

Tre piani paralleli costituiscono l'azione, dove dominano il silenzio e il simbolismo più delle parole

di Alessandra Pappalardo

 

Un film di Ferenc Török. Con Péter Rudolf, Eszter Nagy-Kalozy, Bence Tasnádi, Tamás Szabó Kimmel, Dóra Sztarenki. Drammatico, 91′. Ungheria, 2017

In un afoso giorno di agosto del 1945, mentre gli abitanti di un villaggio ungherese si preparano per il matrimonio del figlio del vicario, un treno lascia alla stazione due ebrei ortodossi, uno giovane e l’altro più anziano. Sotto lo sguardo vigile delle truppe occupazioniste sovietiche, i due scaricano dal convoglio due casse misteriose e si avviano verso il paese. Il precario equilibrio che la guerra appena terminata ha lasciato sembra ora minacciato dall’arrivo dei due ebrei. In tutta la comunità si diffondono rapidamente la paura e il sospetto che i tradimenti, le omissioni e i furti, commessi e sepolti durante gli anni di conflitto, possano tornare a galla.

 

Tratto dal racconto “The Homecoming” di Gabor T. Szanto – sceneggiatore del film insieme al regista Ferenc Török“1945” è un dramma in bianco e nero ambientato in un periodo di transizione nella storia ungherese, per niente semplice da affrontare e da raccontare – anche alla luce dei risultati delle ultime elezioni politiche nel Paese. 

Tre piani paralleli costituiscono l’azione: il giorno della celebrazione del matrimonio di convenienza del figlio del vicario (1), nel villaggio arrivano due ebrei ortodossi che trascinano due casse di legno dal contenuto misterioso (2).

Il terzo piano è quello che viene innescato dal riemergere del recente passato. Gli abitanti del villaggio, infatti, collaborazionisti del regime nazista, hanno contribuito alla deportazione di una famiglia di ebrei e si sono appropriati, legalmente, dei loro beni. Ma se adesso i due ebrei ne volessero la restituzione?

La sceneggiatura è molto scarna dal punto di vista dei dialoghi e punta tutto su una realizzazione visiva – fatta di azioni e simbologie – in cui l’uso del bianco e nero risulta molto incisivo.

Il regista indaga – attraverso le vicende personali dei protagonisti – il comportamento umano e le dinamiche dei gruppi e delle comunità in un senso più generale. Rimorsi, sensi di colpa, egoismo, redenzione e la necessità ultima di trovare un capro espiatorio per poter ricominciare: tutta la gamma delle emozioni in una pellicola che affronta, senza diventare scontata, una pagina di storia difficile da superare.

Il silenzio, che domina per larghi tratti del film, ha una valenza forte ed emblematica: tutto quello che è stato rimosso non può che tornare, prima o dopo, a galla e pesare sulla coscienza degli individui, portando i nodi al pettine e mostrando – parafrasando le parole di Hannah Arendt – il male in tutta la sua innegabile, quanto atroce, banalità.

 

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