Elizabeth Jane Howard scrisse “All’ombra di Julius” (After Julius) nel 1965, 25 anni prima di mettere mano al primo romanzo della serie dei Cazalet, “Gli anni della leggerezza”.

Quello che colpisce, nel leggere il libro riedito da Fazi conoscendo già la saga, è il percorso artistico dell’autrice. La Howard di questo libro è una scrittrice “acerba”, nonostante la carta d’identità riporti oltre 40 anni di età. La Howard dei Cazalet, invece, ha portato a compimento la sua parabola, il suo percorso, si è perfezionata e sublimata nel suo modo di scrivere e di costruire un racconto.

Già in questo libro è evidente l’interesse dell’autrice per il realismo e per l’approfondimento psicologico dei personaggi, quelli che saranno i capisaldi del suo stile e della sua ricerca per tutta la vita.

Il risultato non è perfetto, con le descrizioni dei paesaggi, dei piccoli riti quotidiani della vita in campagna, degli ambienti domestici che risultano talvolta ampollose, e i lunghi monologhi interiori e le riflessioni dei personaggi che hanno un che di costruito, di pedante. Lo sviluppo della storia sembra talvolta perdersi in questo fiume di parole e considerazioni.

La macchia sul soffitto – di caffè, si sarebbe detto – pareva si fosse ingrandita durante la notte. Le sarebbe toccato dirlo ai Ballantyne, prospettiva infausta perché il tetto era affare loro e non potevano permettersi di ripararlo, perciò avrebbero chiamato quel muratore sciagurato che Bill Ballantyne aveva conosciuto in guerra, uno con la faccia rubizza di chi ha vissuto nell’abbondanza e un sorriso infido sempre stampato in faccia. Sorrideva, sorrideva, diceva di sì a tutto… poi, passate un paio di settimane, metteva insieme alla bell’e meglio il lavoro che gli era stato assegnato e immancabilmente combinava qualche guaio. Doveva aver fatto fortuna, a forza di rompere roba. Quasi tutti i suoi clienti erano gente che aveva fatto la guerra con lui, cosa che tendeva per qualche ragione a offuscarne il giudizio: proprio come nel caso di Bill, si basavano tutti sulla nostalgia di qualcosa che era solo nella loro immaginazione. – Uno. Emma

La Londra degli anni Sessanta – che si è lasciata alle spalle il periodo bellico ma non lo ha ancora dimenticato del tutto, che sta guardando in modo differente all’emancipazione femminile, nonostante la vecchia mentalità patriarcale sia tutt’altro che superata –, però, è vivida e palpitante come di consueto.

E lo sono anche, a loro modo, i personaggi. Esme, vedova da vent’anni che passa la vita nella casa di campagna, curando il giardino, interessandosi in modo discreto della vita delle figlie, intrattenendo un piccolo circolo di amici e conoscenti; Cressida, detta Cressy, che dopo un matrimonio finito cerca in relazioni sempre più improbabili e deludenti amore, comprensione, un punto fermo; Emma, che non si è mai innamorata, e crede che “l’uomo che avrei dovuto sposare sia morto in guerra”.

Strano a dirsi, ma i ricordi nitidi che aveva di Julius si limitavano al giorno del loro primo incontro e a quella mattina, l’ultima, prima che lui prendesse il treno delle otto e trentadue per Londra, mentre di ciò che c’era stato nel mezzo aveva scarsa memoria.
– Due. Esme

Sulle tre donne si stende, come un’ombra dai contorni non necessariamente protettivi, la figura di Julius, marito e padre morto durante il secondo conflitto mondiale per un atto di eroismo. C’è chi si incolpa della sua decisione di mettersi in mare, chi ne conserva solo un vago ricordo, chi si è fatto ispirare dalle sue azioni, chi lo rammenta solo di rado. In ogni caso, Julius è una presenza, nonostante sia assente da tanti anni.

È difficile se non impossibile leggere “All’ombra di Julius” senza fare paragoni, almeno mentali, con la saga dei Cazalet e con i suoi personaggi. Questo libro è ambientato circa vent’anni dopo quelli, e lo iato temporale si avverte, soprattutto nella caratterizzazione delle donne della storia.

Louise, Polly e Clary Cazalet sono figlie degli anni ’30 e ’40, di una società maschilista che vedeva le donne principalmente come mogli e madri, ma soprattutto di una famiglia vecchio stile dove di certi argomenti “sconvenienti” – sessualità, maternità, corporalità – non si parlava mai. Le ragazze Cazalet colpiscono sempre per l’ignoranza con cui si approcciano alle cose del mondo, dal parto al matrimonio.

Esme, Emma ma soprattutto Cressy sono già fatte di tutta un’altra pasta. Meno inconsapevoli, meno puritane, meno impreparate. Nonostante il libro sia stato scritto a metà anni ’60, in queste donne è possibile ritrovarsi e rivedersi molto più che nelle precedenti.

Ma nonostante questo, le buone premesse non si trasformano mai in una totale emancipazione, in una totale libertà. Alla fine del libro Emma è pronta a lasciare lavoro e vita conosciuta per sposarsi con Dan ed essere una madre di famiglia; Cressy spera di aver trovato la stabilità che cerca al fianco di Felix. Esme stessa, lasciata indietro dalle figlie, finisce per sentire davvero, per la prima volta, la mancanza del marito scomparso, di una presenza maschile che dia un senso al tutto.

Perché vivere da soli – sembra dirci la Howard tra le righe – non è semplice come si potrebbe immaginare. Tutti abbiamo bisogno di avere qualcuno accanto, qualcuno che alleggerisca il peso della solitudine, delle responsabilità. Qualcuno con cui vivere.

Per la prima volta da quando era morto, desiderò ardentemente che Julius fosse lì con lei e non in una tomba, distante, inaccessibile, immobile e inutile, per essere andato a soccorrere delle persone che nemmeno conosceva.
– Diciotto. Fili

 

SCONSIGLIATO. PUNTO DI DOMANDA. Nì. CONSIGLIATO. IMPERDIBILE

 

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here