“Baby gang”: un film crudo, realistico e amaro che racconta la criminalità

Un cast di attori non professionisti, una sceneggiatura in continuo work in progress, un regista esperto

Un film di Stefano Calvagna. Con Daniele Lelli, Raffaele Sola, Gianluca Barone, Francesco Lisandrelli, Gianmarco Malizia. Drammatico, 85′. Italia 2019

Giorgio e Marco sono teenager e amici fraterni. Entrambi fanno parte di una baby gang, un gruppo di ragazzi dediti alla piccola delinquenza quotidiana – furti, rapine, spaccio, botte ai tifosi delle squadre opposte, consumo di alcool e droghe, e in generale tutti quelli che a Roma vengono definiti “impicci”. La gang di Giorgio e Marco decide di allargare il proprio raggio d’azione alla baby prostituzione, “avviando” le amiche coetanee e inventandosi loro protettori, così come alla clonazione delle carte di credito, approfittando del fatto che Giorgio lavora come cameriere in una trattoria. Completa il quadro l’acquisto di quei “ferri” che rendono ancora più pericoloso l’operato dei baby gangster, e servono a derubare i clienti delle baby prostitute.

 

Negli ultimi anni il piccolo e il grande schermo hanno in parte sdoganato le attività della criminalità organizzata, innalzando assassini e trafficanti di droga a figure carismatiche, potenti e fascinose – basti pensare a serie cult come “Romanzo criminale”, “Gomorra”, “Suburra”, solo per restare in Italia.

Questo cortocircuito narrativo e mediatico ha dato il là a infinite polemiche: è giusto che le grandi case di produzione investano su progetti come questi? Non si corre il rischio che il pubblico – soprattutto quello giovane – ne ricavi un messaggio sbagliato e fuorviante?

Non vogliamo gettare altra benzina sul fuoco, piuttosto evidenziare come il cinema e la tv non si limitino a prodotti di grandi dimensioni e grande appeal commerciale. Ci sono anche produzioni indipendenti più crude e realistiche che raccontano realtà criminali dove il male è male e difficilmente si possono trarre altre conclusioni. “Baby gang” di Stefano Calvagna è una di queste.

Il regista ha deciso di affrontare una tematica delicata quanto attuale come quella delle bande di giovani criminali, composte spesso da minorenni, che nel nostro Paese sono in forte aumento.

Il risultato è una pellicola cruda, realistica, amara sulle condizioni della periferia romana e sulle vite dei ragazzi di strada, che sognano di fare soldi e “svoltare” non tramite lo studio o un lavoro onesto, ma attraverso truffe, rapine, sfruttamento della baby prostituzione.

Si percepisce chiaramente la volontà di Calvagna di seguire le orme di Pier Paolo Pasolini, quel suo voler fare cinema con sguardo sincero, asciutto e realistico. Da qui la scelta di un cast di attori non professionisti, letteralmente presi dalla strada.

“Baby gang” – una scommessa anche dal punto di vista produttivo – ha messo a duro prova l’estro e l’esperienza del regista romano, ma nonostante le difficoltà emerse durante la lavorazione il prodotto finale è godibile, avvincente, ricco di umanità, oltre che interessante a livello sociologico.

Ci troviamo davanti a una sceneggiatura che è stata una sorta di continuo work in progress, scritta e sviluppata in tempo reale da Calvagna dal primo all’ultimo giorno di riprese, anche attraverso il confronto con il cast.

“Baby bang” è un drammatico e intenso spaccato della periferia romana che con le dovute modifiche ambientali e linguistiche sarebbe possibile calare anche in altre città italiane. E grazie soprattutto al suo finale anti buonista, sulle note del grande Franco Califano, è il miglior monito per i giovani, perché considerino bene cosa rischiano prima di intraprendere la “carriera” criminale.

 

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