Un film di Gigi Roccati. Con Amber Dutta, Nav Ghotra, Rahul Dutta, Yaesmin Sannino, Nivies Ivankovic, Peppe Voltarelli, Lucia Mascino, Renato Carpentieri. Dramma, 85’. Italia, Croazia, 2017

Liberamente ispirato al romanzo “Amiche per la pelle” di Laila Waida, edizioni e/o

Data di uscita italiana: 28 settembre 2017

Kamla, figlia di genitori indiani da tempo residenti in Italia, si trasferisce con la famiglia da Milano a Trieste, in un quartiere degradato e un edificio fatiscente abitato da una comunità multietnica: cinesi, croati, turchi, tutti ugualmente sottoposti alle angherie di un proprietario italiano che ha appena annunciato loro lo sfratto esecutivo. Il padre di Kamla, Ashok, fa il cameriere, la madre, Shanty, è una “casalinga disoccupata” con un talento nascosto: quello di saper danzare in stile Bollywood. Nel palazzo vive anche un anziano professore, Leone, che chiama gli inquilini “negri” e abbaia indifferentemente ad ognuno di loro: ma si sa, can che abbaia non morde, e quando Kamla si rivolge a lui per prendere lezioni di italiano, Leone rivela un’anima gentile e un grande amore per la poesia, che intende trasmettere alla ragazzina.

 

Accoglienza o respingimento? L’immigrazione è oggi la tematica più spinosa e pressante che ogni governo europeo è chiamato ad affrontare, cercando, tra le altre cose, di non suscitare le proteste dei cittadini/elettori con le misure adottate o proposte.

In Italia, se possibile, il tema è ancora più sentito ma l’opinione pubblica non ha a disposizione i mezzi per costruirsi un’opinione fondata, demerito della classe politica e dei media stessi che, per interesse, sono capaci di cavalcare paura e intolleranza e fomentare gli animi.

La discussa legge sullo Ius soli è diventata argomento da bar, dividendo gli italiani. Anche se Matteo Salvini, leader della Lega Nord, potrebbe non essere d’accordo con questa affermazione, quasi tutti siamo stati, almeno una volta, nella storia della nostra famiglia, immigrati.

Ma è giusto essere accusati di razzismo perché si ha paura dell’estraneo, quando anche ci troviamo “costretti” a viverci accanto? In fondo un sentimento di diffidenza, nel mondo di oggi, è comprensibile. Sono gli eccessi che devono essere condannati, e si deve sempre tenere a mente che talvolta l’apparenza inganna.

Babylon sisters” di Gigi Roccati, al suo esordio nella pellicola di finzione dopo essersi distinto come documentarista, ha il merito di raccontare, con lo stile e la forma di una fiaba moderna, non soltanto le contraddizioni, ma soprattutto le differenze che esistono tra gli italiani nel modo di relazionarsi con lo straniero.

Una storia di fratellanza al femminile, in cui, una volta tanto, le donne – per quanto i caratteri e le personalità siano diversi – fanno quadrato per il bene comune e creano un legame sincero, una rete di sostegno nel momento del bisogno.

Lo stile del racconto è asciutto, pulito, influenzato dal passato di Roccati. Sebbene alcuni limiti strutturali e drammaturgici, il film riesce a coinvolgere e conquistare lo spettatore per la sua forza emotiva, sociologica e culturale.

Renato Carpentieri, applaudito da critica e pubblico come “attore rivelazione” nel film “La tenerezza” di Gianni Amelio, dà prova nel ruolo del burbero professore del suo immenso talento, dimostrando come interpretare il “finto cattivo” sia assolutamente nelle sue corde.

Le scene dove recita al fianco dell’esordiente Amber Dutta sono, senza dubbio, le parti più belle e riuscite, oltre che commoventi, della pellicola.

Il resto del cast, formato da attori professionisti e non, svolge con passione e bravura il compito, rendendo godibile e piacevole la visione.

Il finale è forse la parte meno convincente sul piano drammaturgico, troppo lungo e buonista. In ogni caso “Babylon Sisters” è un film da consigliare a chi, come il buon Salvini, sul tema dell’immigrazione tende a fare erroneamente di tutta l’erba un fascio.

 

Il biglietto da acquistare per “Babylon sisters” è:
Nemmeno regalato. Omaggio. Di pomeriggio
(con riserva). Ridotto. Sempre.