“Cafarnao”: un trionfo di realismo per la storia libanese degli invisibili

Il film di Nadine Labaki unisce alla potenza di un documentario la scioltezza dell'opera di finzione

Un film di Nadine Labaki. Con Nadine Labaki, Zain Alrafeea, Yordanos Shifera, Treasure Bankole, Fadi Youssef. Titolo originale: Capharnaüm. Drammatico, 120′. Libano, 2018

Zaid è un ragazzino dodicenne appartenente a una famiglia molto numerosa. Facciamo la sua conoscenza in un tribunale di Beirut dove viene condotto in stato di detenzione per un grave reato commesso. Ma ora è lui ad aver chiamato in giudizio i genitori. L’accusa? Averlo messo al mondo.

 

Cari lettori, devo farvi una confessione: credo di avere un debole per il cinema libanese. Dopo “The Insult” di Ziad Douairi alla Biennale di Venezia 2017 (qui la recensione), il mio cuore è stato rapito anche qui a Cannes, da “Cafarnao”.

Si tratta del nuovo lungometraggio della regista Nadine Labaki, già venuta sulla Croisette nel 2007 con “Caramel”. E dalle voci che girano, penso di non essere l’unica “vittima” dell’opera di madame Labaki.

Leggendo la telegrafica sinossi del film, ho pensato di andare incontro a un pesantissimo dramma giudiziario dai toni moralistici. Non potevo sbagliarmi di più, per fortuna! “Cafarnao” è un trionfo di realismo che però non cade in quella che una giornalista in conferenza stampa ha, giustamente, definito “pornomiseria”. La vita miserevole dei bambini poveri non viene raccontata attraverso una lente lacrimevole e buonista, per il vuoto piacere di far commuovere gli ipocriti.

Gli attori non sono professionisti, anzi, vengono proprio da quella miseria, e sono stati selezionati dopo lunghe ricerche nei quartieri disagiati. E sono così bravi da lasciare senza parole! Il dodicenne Zain Al Rafeea regge l’intero film sulle sue spalle, con un talento e una naturalezza da fare invidia a un professionista.

Il film assume per loro un significato che noi non possiamo comprendere, che forse si esprime nelle parole, tra le lacrime, di Yordanos Shiferaw, la protagonista femminile. “Le scene in prigione sono state le più difficili, perché io quella situazione l’ho vissuta davvero… Non potrò mai ringraziare abbastanza Nadine e Khaled per avermi aiutata e fatta sentire parte di una famiglia”.

I miserabili del film sono i senza-documenti, quella moltitudine di persone, sia profughi che autoctoni, che legalmente non esistono, troppo poveri persino per registrarsi all’anagrafe. Vivono come formiche nelle periferie putrescenti, senza dignità, senza futuro, senza affetto. I bambini crescono così trascurati da perdere sentimenti e innocenza, e finiscono per desiderare di non essere mai nati.

Questa è la forte denuncia di Nadine Labaki, convinta che arte e impegno sociale vadano di pari passo, con il fine ultimo di cambiare le cose.

In un anno e mezzo di lavoro, è riuscita con la sua equipe a realizzare un’opera che possiede la potenza di un documentario e la scioltezza narrativa di un’opera di finzione, grazie anche alla musica di Khaled Mouzanar.

Premiato con il Gran Prix della giuria, “Cafarnao” ha vinto di per sé. E sapete qual è la sua conquista più grande? Che adesso Zain e Yordanos hanno ottenuto il passaporto. Esistono.

 

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