Cazzimma, Stefano Crupi

di Antonietta Mirra

 

In una Napoli assolutamente autentica, brulicante e famelica, con il suo caos perenne e una folla eterogenea ad animare i suoi vicoli stretti, il giovane Sisto, insieme all’amico Tommaso, detto “Profumo”, commette l’errore di dar vita a un piccolo traffico di droga destinato a una ristretta cerchia di facoltosi clienti. I due ragazzi credono di potersi arricchire indisturbati, trascorrendo la loro vita tra pomeriggi nella sala giochi e serate anfetaminiche, ma non hanno fatto i conti con Cavallaro, il potente boss che tutto vede e tutto comanda. Sarà solo grazie allo zio di Sisto, Antonio, suo padre putativo ed eminente personalità criminale all’interno del quartiere, che il ragazzo avrà salva la vita, a patto però di macchiarsi di un peccato bruciante, capace di segnarlo profondamente. Come riuscirà a liberarsi dal giogo che lo tiene legato a doppio filo alle sue colpe? Esiste un modo per rimediare e rinascere? L’incontro casuale con una ragazza getterà una luce diversa sulla vita di Sisto e lo spingerà verso una nuova direzione, più consapevole, più adulta, capace di farlo crescere e maturare. “Cazzimma” racconta il punto di vista di una gioventù senza scopi, abulica, che si consegna agli eventi soffocando ogni sussulto di ribellione, nella convinzione che le cose capitino, e che non ci sia nulla da fare, quasi a esprimere implicitamente quel fatalismo tutto partenopeo con cui certi comportamenti sono accettati e considerati immutabili.

Cazzimma, Stefano Crupi

Cazzimma” è l’esordio letterario del giovane giornalista casertano Stefano Crupi, che nel suo libro non risparmia una descrizione della tanto amata e odiata Napoli dal punto di vista della malavita e soprattutto da quello di tutti quei giovani, adolescenti e non, che ogni giorno affrontano una vita ai margini della legalità.

Il suo modo di narrare, caratterizzato da periodi brevi, frasi concise, parole incisive e pensieri diretti alla comprensione di un modo di vedere che ai più può apparire incomprensibile, permette al lettore di entrare immediatamente nel clima della storia, in cui un giovane di diciannove anni di nome Sisto affronterà le esperienze più importanti della propria vita, misurando il proprio coraggio e la propria forza, e arrivando a sfiorare il baratro.

Il romanzo inizia raccontando l’amicizia tra Sisto e Tommaso detto Profumo, un giovane scapestrato che lo coinvolge, all’insaputa del boss Cavallaro, in un traffico di droga. La scoperta del giro da parte della malavita organizzata costerà al protagonista uno sforzo immane di sopravvivenza.

Su tutta la scena – dai quartieri malfamati ai negozi tenuti d’occhio dagli scagnozzi che riscuotono i pizzi, passando per le sale giochi che la sera si riempiono di disoccupati e gente priva di futuro – aleggia incontrastata fin dall’inizio una presenza molto forte, ancor più di quella del boss stesso: la figura dello zio di Sisto, Antonio, che mantiene dei rapporti alquanto stretti di rispetto e di fiducia con lo stesso boss e che interviene, fortunatamente, a favore del nipote, quando deve salvargli la pelle. Sisto non ha un padre, questo è morto quando lui era piccolo, e la madre appare una figura abbastanza marginale come lo sono tutte le donne del romanzo.

Sono gli uomini che conquistano la scena da tutti i punti di vista e la loro descrizione, sia nei comportamenti giusti che in quelli sbagliati, avviene sempre a tutto tondo, in un modo tremendamente realistico, molto spesso da lasciare senza fiato. Sisto, dunque, vede nello zio ciò che non ha potuto avere dal padre, non tanto l’affetto quanto il rispetto, l’ammirazione, una sorta di devozione che però è sempre nascosta da una palpabile rabbia, comune a tutti i ragazzi che vivono in questa terra fatta di terrore e di speranza.

Sono molte le figure che appaiono e scompaiono dietro il famigerato telone di una scenografia partenopea che non lascia spazio alle carinerie, ai rapporti d’amicizia tranquilli e pacati, “normali”. L’occhio attento di Sisto, taciturno e di poche parole, ci racconta come vede i bambini del quartiere così come essi diventeranno, incarnando la gioventù disadattata che lui stesso rappresenta adesso.

Perciò questi bambini sono diversi; hanno la faccia tirata di chi ha imparato a trattenere le lacrime, a reprimere qualsiasi emozione. Sui volti abbronzati ci sono le ombre di mille sforzi, sulle facce c’è scritta la lezione che questo quartiere ha impartito ad ognuno di loro.

Fin dall’infanzia e dall’adolescenza si cresce in un mondo dove gli atteggiamenti vincenti hanno tutti a che fare con la “cazzimma”, ossia con un comportamento fondamentalmente negativo che prevede la prevaricazione sull’altro, senza nessun rispetto o considerazione. Un modo duro e senza rimpianto di fregare il prossimo, di imporsi sul più debole, di malmenarlo se necessario, se semplicemente ci va in quel momento, senza preoccuparsi di quanto possa essere sbagliato. Il titolo del romanzo è emblematico da questo punto di vista, ma non è solo una parola, è la sintesi estrema di un intero mondo. Solo chi tiene cazzimma può essere un vincente. Questo è quello che zio Antonio dice spesso a Sisto, introducendolo a suo modo nel mondo verso il quale il ragazzo sente un’innata attrazione. Come tutti quelli della sua età mira principalmente ai soldi, alla crescita della capacità di imporsi come persona da rispettare e di cui gli altri devono avere paura. In altre parole, il sistema su cui si fonda la camorra è impresso nelle menti di queste giovani pedine senza futuro, che della pistola, dei soldi e della droga fanno il loro status sociale e soprattutto il loro modo di gridare al mondo che valgono qualcosa.

Sullo sfondo di una Napoli rumorosa, incattivita, indifferente e fastosamente truccata come un’abile dama che prostituisce i suoi stessi figli in nome di una dignità malata che rinnega la debolezza, ritenuta sintomo di insuccesso e perdita di credibilità, i ragazzi sono contornati da famiglie quasi inesistenti, padri assenti, madri che compaiono fin troppo ai margini, incapaci di imporsi, e zii come Antonio che si conquistano l’affetto e la stima dei nipoti misurando quel rispetto con l’amicizia che intrattengono con il boss di turno e la sua indiscutibile influenza sulle vite di ogni singolo essere umano.

La camorra è un sistema che non perdona, che punisce, che ferisce, che ti decide la vita e la morte. Stefano Crupi con occhio indagatore e consapevole, usando un linguaggio semplice che arriva direttamente al nocciolo della questione, ci mostra come essa influisca sul modo di pensare di tutti, fintanto da decidere le sorti di chi, volente o nolente, vi partecipa.

Sisto si salverà nonostante tutto, perché Sisto è un diverso. Perché tutto quello che ha fatto di sbagliato, lo ha fatto perché era stato trascinato. Perché zio Antonio lo capisce, lui non è feroce come tutti gli altri, non possiede quella crudeltà che lo rende un uomo capace di qualsiasi cosa e la salvezza sta nella coscienza di riconoscere il proprio limite e ribellarsi a esso. La storia di Sisto, all’inizio, appare come il racconto di una formazione che lo vede partire dal basso fino a raggiungere l’apice di quel mondo criminale che tanto desidera ma non è così, è solo un’illusione. Lui non può farne parte, lui è fuori e lo è grazie ai legami familiari che, nella realtà che lo scrittore ci racconta, sono il respiro stesso che permette agli uomini e alle donne di andare avanti.

Nessun legame di famiglia si scioglie mai. Nonostante tutto, al di là di tutto.

Quindi se all’inizio della lettura l’atmosfera è tutta permeata da un profondo realismo, con scene crude e altrettanto infami, contornate di dolore, privazione, sofferenza e sopraffazione, lentamente il libro cresce d’intensità e ci mostra come alcuni meccanismi e consapevolezze possano salvare dal baratro: l’amore, rappresentato da Carmela, la giovane donna di cui Sisto s’innamora, l’affetto e la protezione smisurata di zio Antonio, l’identità stessa di Sisto che lo porta lontano, con la testa e con il cuore, da una vita degradata e diretta semplicemente a fare del male.

Un finale, dunque, meno spiacevole di quanto si potrebbe immaginare, che lascia intravedere una forma di salvezza per ognuno dei protagonisti, una possibilità, un minimo di libertà che ti lascia respirare – anche se per poco, anche se non abbastanza. Perché poi torni a pensare che a Napoli è sempre la stessa storia, che i giovani crescono con la “camorra in capa”, come scriveva Giuseppe D’avanzo, giornalista, dalla cui intervista del 2006, apparsa su Repubblica, Stefano Crupi ha preso ispirazione per la stesura del suo romanzo. Un’indagine molto veritiera, priva di fronzoli, estremamente chiara e scioccante. Giovani che parlano di loro stessi come di gente violenta che si porta addosso una ferocia verso qualunque cosa, un’esistenza fatta di incomprensione e d’impossibilità di affermare se stessi se non attraverso il potere, unico principio di tutti i rapporti.

Come si fa a estirpare questo male che coglie le radici dell’esistenza stessa? È questo quello che mi sono chiesta chiudendo il libro. Sì, Sisto ha trovato la sua assoluzione, la sua storia si è in qualche modo risolta, ma il resto? In una realtà come quella raccontata nel libro, la vita diventa una terra di conquista, la tua vita e quella degli altri. Devi lottare fin da subito per appropriartene, altrimenti subirai e non ti sarà più possibile tornare indietro. E in questo aiuta la povertà.

La povertà è un dono, un regalo che ti viene fatto dalla vita per non rammollirti.

Quindi devi essere pronto a lottare, a importi, ad attaccare prima dell’altro. Devi imparare le regole della sopravvivenza in un mondo dove non sei nessuno fino a quando non lo decide qualcun altro.

Fierezza e coraggio quando servono, ma anche un rispetto totale, indiscutibile: è questo quello che cerca questa gente.

Coraggio e rispetto, e forse ti salverai dalla morte. Questo può davvero bastare?

Cresciuti senza guida, gettati nel mondo come progetti incompiuti, non hanno mai trovato qualcuno disposto a insegnare loro il più naturale degli insegnamenti. Non sanno cosa significa capire l’altro, perdonarlo, non sanno amare.

I giovani di Cazzimma sentono che il loro destino è segnato da un Dio inesorabile, che non fa sconti. Arrabbiati con il mondo, arrabbiati con la vita, ansiosi di dominare in una società che li ha resi schiavi della loro stessa cecità, non sanno che stanno perdendo di vista la verità. E l’unica verità possibile è che si può sempre scegliere. Forse dovrebbero solo imparare a farlo.