“Circe”: recensione del romanzo di Madeline Miller edito da Sonzogno

La maga cantata da Omero acquista profondità e spessore in questa rilettura del mito classico

La mitologia classica è ricchissima di storie e personaggi iconici, eppure le sono state dedicate un numero piuttosto limitato di opere di narrativa moderne. Vi siete mai chiesti il perché? Io l’ho fatto, mentre leggevo Circe” di Madeline Miller, edito da Sonzogno.

Nonostante la quantità di spunti che offrono i miti greci e romani antichi, scegliere di recuperarli e “attualizzarli”, per certi versi, costruendoci sopra dei romanzi da proporre al pubblico di oggi è una grande sfida. Perché di queste storie pensiamo di sapere già tutto, e quindi cosa può esserci ancora da dire?

La Miller decide di correre il rischio – come aveva già fatto nel 2011 con il suo romanzo di esordio, vincitore dell’Orange prize, “La canzone di Achille” -, scegliendo come protagonista Circe, la maga cantata da Omero, che ama Odisseo e trasforma i suoi compagni in porci.

La Miller decide di correre il rischio… e fa bene! Perché dimostra al lettore scettico che anche storie apperentemente note possono avere tanto da raccontare, non solo dettagli ma interi capitoli. Nel romanzo conosciamo infatti Circe ben prima dell’incontro con il re di Itaca. Figlia di Elios, dio del sole, e della ninfa Perseide, è diversa dai genitori e dai fratelli divini: ha un aspetto fosco, un carattere difficile, un temperamento indipendente; è perfino sensibile al dolore del mondo e preferisce la compagnia dei mortali a quella degli dèi.

Esiliata sull’isola di Eea, studia le virtù delle piante, impara ad addomesticare le bestie selvatiche, affina le arti magiche. Circe resta però una “donna” di passioni: amore, amicizia, rivalità, paura, rabbia, nostalgia accompagnano gli incontri che le riserva il destino – con l’ingegnoso Dedalo, con il mostruoso Minotauro, con la feroce Scilla, con la tragica Medea, con l’astuto Odisseo, naturalmente, e infine con la misteriosa Penelope.

Ci sarebbe molto da dire, su questo romanzo. Mi limiterò a qualche considerazione sparsa, lasciando a ognuno il piacere di farsi da sé una propria idea.

Raccontare una storia dal punto di vista di un immortale – a cui le normali considerazioni della razza umana sono estranee – apre diverse complicazioni. Forse anche per questo di dei, ninfe, Titani e via discorrendo nei romanzi se ne trovano ben pochi. Come raccontare, da mortali, i pensieri e i comportamenti di un immortale, risultando credibili e non favolistici?

La Miller dimostra di saperlo fare, gestendo bene la sua materia – e la sua protagonista -, ed evitando soprattutto di cadere nella banalizzazione o nell’umanizzazione eccessiva di Circe. Certo, la maga di Eea è meno algida e lontana dal mondo degli uomini rispetto a fratelli, sorelle e parenti vari, eppure resta pur sempre “divina”. La sua particolarità si percepisce chiaramente nel racconto, e a me è piaciuta molto.

Posso confessarlo, quasi in conclusione di recensione: io la Circe dell’Odissea non l’ho mai digerita. Hai voglia a dire che è una donna forte e indipendente, ma l’immagine che di lei ci hanno trasmesso Omero e soprattutto tutti quei registi e quegli sceneggiatori che l’hanno trasposta per il grande e il piccolo schermo è quella di una innamorata cronica, instabile, delusa, che alla fine si vede sfuggire tutto dalle mani.

La Circe della Miller, invece, mi ha fatto ricredere perché si dimostra molto più sfaccettata di tutte quelle che l’hanno preceduta. Non è solo la maga che trasforma l’equipaggio di Odisseo in maiali, non è solo l’amante abbandonata: questa Circe è una madre, una sorella, una “ragazza” avventata – per quanto possa essere ragazza un’immortale. Questa Circe ha molto da dire, e magari anche qualcosa da insegnare.

Nota finale sugli altri personaggi – davvero tantissimi! – che affollano il romanzo della Miller. Ho apprezzato la ricchezza della narrazione, questo portare la protagonista a contatto con altri grandi nomi della mitologia – Glauco, Prometeo, Dedalo, Arianna, Dioniso, Odisseo, Penelope, Telemaco… Quella di Circe è una storia ricca, una storia tutt’altro che statica. Una bella storia, alla fine.

 

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