Da Bologna a Detroit con gli scatti di Andrew Moore

di Amira Dridi

 

Ci troviamo al Mast di Bologna, uno spazio espositivo a dir poco imponente, inaugurato nell’ottobre del 2014. L’11 marzo, in collaborazione con lo spazio Damiani, qui è stato ospite uno dei pionieri della fotografia degli anni ’70: Andrew Moore, famoso soprattutto per le fotografie di grande formato realizzate negli Stati Uniti, a Cuba e in Russia.

A Bologna, Moore ha presentato un progetto fotografico realizzato tra il 2008 e il 2009, “Detroit disassembled”. Protagoniste sono le fabbriche della città statunitense, in crisi alla fine degli anni 2000 e adesso in ripresa. Le fotografie di Moore parlano di isolamento, vuoto, degrado. Detroit è una città fantasma, circondata da una natura in ascesa, un emblema del postindustriale.

Attraverso il linguaggio formale della fotografia di architettura e paesaggio Moore affrontano i temi del cambiamento sociale in un’ottica documentaristica.

“Si può dire che Detroit sia diventata la versione americana di una città aperta – spiega il fotografo e regista – È stata lasciata alla mercé dei teppisti, dei vandali e delle forze della natura. Ci sono centinaia, se non migliaia, di edifici vuoti: fabbriche, biblioteche, ospedali, scuole, chiese, tutti abbandonati e per lo più incustoditi”.

A chi gli domanda cosa sceglierebbe di fotografare a Bologna Moore risponde: “Dovrei prima conoscere la storia della città, le sue radici. Per i miei scatti cerco luoghi con filoni di storia che si legano assieme. Detroit era interessante per questo. Oggi lo è meno, ma una volta era come un dipinto. Nell’esistenza di una metropoli ci sono momenti di maturità storica: io cerco quelli, una volta che li ho trovati la città perde interesse”.

“Detroit disassembled” resterà in programma a Bologna fino a luglio.

 

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