David di Donatello: Jeeg robot è il mattatore della serata targata Sky

Si è tenuta ieri l’attesissima consegna dei David di Donatello, gli Oscar italiani, come sono stati da più parti definiti. Guardando lo spettacolo in tv la prima impressione che si ha è proprio quella di trovarsi nella scintillante Hollywood invece che agli studi De Paolis di Roma.

David di Donatello, 60

Sky, che da quest’anno sostituisce la Rai come produttore dell’evento, ha creduto fermamente nella serata, investendo pesantemente. E se l’obiettivo era quello di lasciare il pubblico da casa a bocca aperta possiamo dire che l’operazione è ampiamente riuscita.

Un lunghissimo red carpet accompagna gli ospiti verso gli “studios”; Alessandro Cattelan, a cui non si può non riconoscere la buona volontà anche se in certi momenti è sembrato un po’ troppo legato al copione, si sforza di essere simpatico e conversare con candidati e premiati.

Per tutta la sera si è respirata un’aria nuova, da primo giorno di scuola: gli attori, più o meno navigati, hanno mostrato di essere a loro volta rapiti da questa sorta di circo o di Paese dei balocchi messo su dall’amico Rupert Murdoch. Tutto sommato possiamo dire che la scommessa di Sky è stata vinta, ma con riserva: non basta infatti un restyling della serata dei premi per farci credere che i problemi del cinema italiano siano belli che risolti.

Luca Marinelli, l'antagonista nel film "Lo chiamavano Jeeg robot"
Luca Marinelli, l’antagonista nel film “Lo chiamavano Jeeg robot”

Tornando a noi, agli ambiti David appunto che quest’anno festeggiavano anche il 60° anniversario, diciamo che “Lo chiamavano Jeeg robot” (leggi la recensione) batte “Il racconto dei racconti” (leggi la recensione) 8-7, un punteggio degno dei più sofferti calci di rigore.

Quella di ieri è stata senza dubbio la notte di Gabriele Mainetti (premio come miglior produttore e miglior regista esordiente) e della sua stupefacente squadra artistica e tecnica. Se le vittorie di Claudio Santamaria (migliore attore protagonista) e di Luca Marinelli (migliore attore non protagonista) erano ampiamente attese, quella di Ilenia Pastorelli come migliore attrice protagonista merita un supplemento di riflessione.

Lo scorso ottobre, vedendola in azione alla Festa del Cinema di Roma, scrissi di questa giovane “teniamola d’occhio”, e quando stasera Stefano Accorsi, annunciando il suo nome come vincitrice del premio, ha gelato la platea radical chic, io a casa ero forse più felice e stordito della stessa, visibilmente incredula, Pastorelli.

Ilenia Pastorelli con Claudio Santamaria in una scena del film.
Ilenia Pastorelli con Claudio Santamaria in una scena del film.

Ilenia Pastorelli non nasce come attrice, ha partecipato al Grande Fratello e alcuni sostengono che non brilli neppure per intelligenza. Eppure stasera era giusto premiarla. Perché se il mondo è oggettivamente popolato da cretini, interpretare questo ruolo con eleganza, efficacia e naturalezza davanti a una telecamera merita un plauso. Nel suo esordio cinematografico la Pastorelli – adesso possiamo riferirci a lei come attrice? – si è dimostrata capace. Vederemo se in altri ruoli, meno caricati, saprà brillare allo stesso modo.

Se il premio alla Pastorelli fa riflettere, la vera sorpresa è stata la vittoria di Antonia Truppo (migliore attrice non protagonista, “Lo chiamavano Jeeg Robot”).

Il film di Mainetti ha fatto l’en plein nelle categorie recitative, ma c’è stata gloria anche per Matteo Garrone, premiato come miglior regista per “Il racconto dei racconti”, e Paolo Genovese. Il suo “Perfetti sconosciuti” è stato scelto come miglior film, e ha ottenuto anche il riconoscimento per la miglior sceneggiatura. Ritirando il David Genovese ha voluto sottolineare come nella sua pellicola abbia cercato di tirare fuori le verità scomode e spera che questo accada anche per il caso Regeni – tutti i presenti all’evento indossavano una spilla, “Verità per Giulio Regeni”.

Claudio Caligari sul set del suo ultimo film, "Non essere cattivo".
Claudio Caligari sul set del suo ultimo film, “Non essere cattivo”.

Tra tanti sorrisi, c’è spazio anche per i delusi di lusso. “Non essere cattivo” del compianto Claudio Caligari (leggi la recensione) ha ricevuto solo un David “tecnico”; Alessandro Borghi, seppure dall’alto di due promettenti nomination, è rimasto a bocca asciutta. Paolo Sorrentino può in parte consolarsi con il successo per le musiche e la canzone originale di “Youth”; è andata peggio a “Fuocoammare” di Gianfranco Rosi e “Suburra” (leggi la recensione) di Stefano Sollima, che tornano a casa a mani vuote.

C’era da aspettarselo, e forse farà mano scalpore di altre scelte, ma ci sembra giusto sottolineare come ancora una volta i giurati dell’Accademia abbiano snobbato uno dei fenomeni del momento, almeno in termini di numeri al botteghino, ovvero Checco Zalone. Niente David per “Quo vado?” (leggi la recensione) né per la bravissima Sonia Bergamasco. Checco avrà anche conquistato gli italiani, ma per i critici serve ben altro.

Come spesso accade quando si tratta di assegnare premi, accontentare tutti è impossibile – ci sarà sempre chi griderà allo scandalo, chi contesterà le scelte della giuria, chi avrebbe assegnato David diversi. A raccontare le diverse posizioni, espresse in tempo reale dal pubblico sui social e anche dagli addetti ai lavori, potremmo andare avanti per ore, ma non ci sembra il caso.

Preferiamo chiudere invece riprendendo uno stralcio del discorso ironico ed elegante fatto da Michele Placido nel consegnare il premio come miglior regista esordiente a Gabriele Mainetti.

È una bella notte per il cinema, si sente profumo di novità e cambiamento. Sono contento per i nuovi e talentuosi attori e autori che stasera sono stati premiati. Però vi dico: cercate di non esagerare, ragazzi miei, per favore, sennò io e tanti altri vecchi colleghi rischiamo di rimanere disoccupati.

Staremo a vedere.





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