“Detroit”: un film che non fa sconti nel raccontare il recente passato

Oltre la ricostruzione storica e la denuncia, Kathryn Bigelow fa rivivere le rivolte e la violenza del 1967

di Luciaconcetta Vincelli

 

Un film di Kathryn Bigelow. Con Will Poulter, Hannah Murray, Jack Reynor, John Boyega, Anthony Mackie. Drammatico, 143′. USA, 2017

Data di uscita italiana: 23 novembre 2017

Esattamente cinquant’anni fa una serie di sanguinose rivolte sconvolse la città di Detroit, negli Stati Uniti. A farne le spese furono tre afroamericani, brutalmente massacrati dalle forze di polizia. Centinaia furono invece i feriti ricoverati negli ospedali locali. Si trattò di una vera e propria carneficina che nei giorni successivi scatenò disordini senza precedenti che scossero le anime, riempirono le colonne dei quotidiani, suscitarono l’indignazione popolare e costrinsero il Paese a prendere ancora una volta consapevolezza di un razzismo di fondo mai veramente sopito.

 

La Festa del cinema di Roma sceglie di iniziare l’edizione 2017 senza carezze e senza compromessi, con il film “Detroit” della regista premio Oscar Kathryn Bigelow (“The Heart Locker”) e la sua graffiante quanto necessaria denuncia.

Oppure semplice racconto bisognoso di essere portato alla luce: la lotta contro il razzismo e la militanza per i diritti civili che non si esaurisce con il discorso di Martin Luther King, I have a dream, o con la vita di Nelson Mandela. Sono tante le vicende meno note o pressoché sconosciute dal grande pubblico di questa lotta, ed è su una di queste che la regista, già molto discussa per “Zero Dark Thirty”, ha puntato.

Ci troviamo nella Detroit degli anni ’60, dove la musica che rende celebre la città acquista sfumature più scure. La telecamera si concentra ossessivamente sulle violenze messe in atto durante le rivolte dei neri del 1967, culminate nel massacro emblematico compiuto dalla polizia al Motel Algiers, che sarà poi negato dalla Corte federale. Quella sera restarono uccisi tre afroamericani, insieme alla dignità umana.

In effetti, con una capacità estrema di trasferire la realtà dei fatti nel suo significato ultimo, più tagliente, la Bigelow esaspera i tempi cinematografici, concentrandosi per gran parte del film sull’interminabile scena del massacro e della tortura inspiegabile subita dai “neri di Detroit”.

Così facendo, gli spettatori vivono la medesima pressione psicologica, la stessa suspense fatale, che, al limite dello schermo, tiene in bilico tra la vita e la morte insensata.

Gli stessi personaggi della storia finalmente raccontata sembrano “disumanizzarsi”, perché calati in un contesto che di umano e di ragionevole non ha più nulla. Lo testimonia il volto duro e fragile di un guardiano (John Boyega) di fronte alla smorfia crudele e omicida del poliziotto (Will Poulter).

Non c’è più nessuna regola, a Detroit, regna il caos, perché il caos è nella definizione dei cittadini e di quegli aspetti del vivere civile che risuonano con battute timorose come “diritti civili”.

Viene da chiedersi se tale confusione sia stata chiarita oggi, tra le aberranti notizie di cronaca che ormai spingono fino all’assuefazione e dunque allo spegnimento la nostra identità. Perché, in ogni caso, il film “Detroit” non è una semplice ricostruzione storica dei fatti, né una denuncia per riaprire vecchi casi della giustizia americana.

E lo dimostra la musica, nata e cresciuta in questa città: quasi a contrasto, melodie jazz dirompono in alcune scene, ma non come sottofondo, bensì come un’ennesima voce, non violenta, aggiunta al coro delle rivolte. Ma non vi è paradosso: mentre “i bianchi ballano”, i neri rivivono ogni violenza subita dietro ciascuna nota, rivolgendosi infine a preghiere in gospel.

In tal modo la Bigelow ricostruisce una parte della vera storia, quella che passa sempre sotto silenzio, bisognosa di giustizia, riaffermando anche la reale impalcatura della musica sviluppata nella città, lanciando gli stessi messaggi di allora a noi contemporanei.

“Di chi sono questi prigionieri?” recita una fredda battuta. E noi potremmo rilanciare, oggi, con: “Abbiamo chiarito realmente la definizione di diritti civili e umani?”.

 

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