“First cow”: un’amicizia particolare in un pre-western di frontiera

Un film che cambia passo e pelle nella seconda parte, regalando avventura, spunti di riflessione e risate

Un film di Kelly Reichardt. Con René Auberjonois, Dylan Smith, Todd A. Robinson,  Orion Lee, John Keating. Drammatico, 121′. USA 2020

L’Oregon degli inizi del XIX secolo è terra di opportunità, con gruppi di cacciatori di pellicce in marcia nei boschi, esploratori e accampamenti selvaggi che gravitano attorno ai fortini militari. Cookie, un cuoco che viene da est, trova un giorno King-Lu, immigrato cinese, nudo e in fuga tra i cespugli. Un gesto di solidarietà che verrà poi ricambiato apre le porte a un’amicizia tra i due uomini, in cerca come tutti di fortuna. Ricchi di idee ma con zero capitale, i due notano la prima mucca trapiantata nel territorio, proprietà del ricco imprenditore Chief Factor, e decidono di mungerla di nascosto per preparare dolciumi da vendere al mercato.

 

La regista statunitense Kelly Reichardt presenta in concorso alla Berlinale il suo “First cow”, un film che non è un western ma lo sembra, soprattutto per la sua ambientazione.

In realtà si tratta del racconto della voglia tipicamente umana – e forse ancor più americana – di farcela, di uscire dalla miseria e di arrivare al successo grazie alle proprie capacità. The American dream, il sogno americano, insomma. Ambientato però nell’Oregon di inizio Ottocento, dove si muovono avventori e avventurieri di ogni tipo, tra cui un cuoco senza meta e un cinese in fuga.

Il film dura due ore precise. La prima è lenta e quasi meditativa; i personaggi si osservano, si conoscono, mettono le basi per quello che succederà dopo. Mi viene in mente un paragone culinario, che data la trama di “First cow” mi sembra più che azzeccato: nella prima parte si preparano gli ingredienti per la ricetta, nella seconda finalmente si cucina. Ecco, questa è la struttura del film.

Il cambio di ritmo è inaspettato e molto gradito, dopo un’ora in cui ci si è rassegnati al verde e alla calma della foresta. Così come inaspettata è la svolta imprenditoriale culinaria della storia, che arriva come una bella sorpresa e sfrutta il potenziale narrativo dei personaggi.

La foresta è sempre presente, fonte di sostentamento e riparo: che sia lei la vera protagonista? Insieme alla mucca, si intende, che placida e immobile non sa di essere la chiave di tutto. E la presenza della mucca serve a mettere in ridicolo la superficialità e cecità della classe governante, che da che mondo è mondo si fa abbindolare dalla scaltrezza del popolo.

Insomma, vale la pena resistere alla prima ora bucolica di “First cow” per poi godersi la seconda ora di avventura-commedia. Alla fine, si esce dalla sala ridacchiando sotto i baffi, che non è poco.

 

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