Ghostwriting: 5 motivi per cui non è un’epidemia ma un bene

di Antonietta Mirra

 

Il mestiere del ghostwriter è uno dei più antichi del mondo, eppure solo negli ultimi anni questa parola ha iniziato a circolare frequentemente nei nostri discorsi, a diffondersi. Se ne parla in giro, film e libri affrontano l’argomento, casi di cronaca portano il tema alla ribalta (qui trovate l’ultimo caso, quello della blogger Zoella).

L’atteggiamento davanti a questo fenomeno è tutt’altro che scevro da pregiudizi. Per molti “ghostwriting” significa da un lato imbrogliare i lettori, dall’altro prendersi meriti per qualcosa che, di fatto, non è opera nostra.

scrivere verticale

Ma chi è davvero il ghostwriter? È un professionista che, dietro compenso, scrive la storia, il libro, l’articolo che un’altra persona ha in mente. È uno scrittore fantasma che sa usare egregiamente le parole, tanto da creare una storia meravigliosa partendo da un’idea o da semplici linee guida. Non solo. È anche capace di una forte empatia, perché prima di scrivere, di mettere la storia nero su bianco, serve entrare in sintonia con l’ideatore della stessa. Questo può essere fatto attraverso una o più interviste, colloqui informali, incontri.

Due persone – un ideatore, uno scrittore -, un solo libro. Il ghostwriter è tale perché non compare mai come autore materiale del libro. Il suo nome non è scritto in copertina, la sua vita letteraria è fatta di ombre e di un prezioso velo che ha il colore trasparente dell’anonimato.

In un universo che può apparire incolore e solitario, questa professione presenta anche dei vantaggi. Riprendendo un pezzo dell’Huffington Post vediamo insieme 5 motivi per cui l’esistenza dei ghostwriter è un bene.

 

1. Alcune storie appartengono al mondo
Oggi più che mai abbiamo bisogno di connetterci. Le persone hanno bisogno di raccontare le loro storie, di parlare di sé al mondo. Non avete idea di quante storie interessanti, speciali, miracolose sotto tanti punti di vista, storie che possono insegnare, storie che aiutano a crescere, a vedere le cose sotto una luce diversa, esistono, eppure non vengono raccontate perché magari chi le ha vissute non sa come metterle per iscritto. Storie che una volta narrate escono dal buio dell’inconsapevolezza e della dimenticanza per entrare a far parte della coscienza collettiva, del bagaglio culturale, della vita di tutti.

2. Condividere una storia è un atto estremamente coraggioso
Alcune esperienze possono essere motivo di vergogna per chi le ha vissute. Il primo impulso è nascondersi, tacere, anche per il timore di non essere capiti. Eppure raccontare significa andare avanti, uscire da contesti familiari spesso distruttivi, malati e coercitivi che mantengono la loro forza proprio per via della segretezza.

3. Raccontandosi si può conoscere meglio noi stessi
La maggior parte delle persone ha raramente la possibilità di raccontarsi completamente a qualcuno. Quando affidi la tua storia a un ghostwriter, però, devi assolutamente farlo. Questo permette di conoscere meglio noi stessi, di andare in profondità e conoscere emozioni e sentimenti magari inesplorati, che possono aiutare a migliorare. C’è anche chi considera questi momenti di scoperta e in qualche modo di confronto come delle vere e proprie forme di auto-terapia dove è possibile meditare e riflettere su ciò che ci portiamo dentro.

4. Le storie scritte sopravvivono alla prova del tempo
Raccontando una storia questa non morirà mai. Ma se i racconti dei nonni ai nipoti, l’oralità in generale, sono un buon modo per mantenere vivo il ricordo del passato e non dimenticare mai le nostre radici, la scrittura ha un potere ancora maggiore. Verba volant, scripta…

5. È un’esperienza che avvicina alla lettura
Il processo di scrittura/scrittura a quattro mani di un libro è estremamente educativo. Molte persone, dopo, si interessano alla lettura, alla scrittura, alla cultura.

 

Il più famoso ghostwriter del mondo, l’inglese Andrew Crofts, ha dichiarato recentemente che il suo è il lavoro più bello al mondo e che non gli importa di essere un’ombra, ciò che conta è che i suoi libri, anche se firmati da un altro, abbiano successo, perché questo significa che ha fatto un buon lavoro. Quest’uomo dalle idee mirabolanti è arrivato a percepire ben 780mila euro per scrivere un’opera ed è contattato da decine di persone al giorno.

È talmente felice e soddisfatto della sua professione che ad agosto pubblicherà un libro tutto suo – sì, con tanto di nome sulla copertina -, “Confessions of a ghostwriter”, dove rivelerà i segreti della vita professionale.

Leggerlo sarebbe interessante, ma ancor più sarebbe bello chiedergli se pensa che ci sia qualcosa di artistico in quello che fa. Per me la vera essenza di un’opera d’arte – in questo caso letteraria – è poter riconoscere lo stile di un autore in base a ciò che scrive. Quella è l’anima, quello è il sogno, è lì che dorme l’incanto. I lettori ti riconosceranno sempre e comunque perché sei tu e nessun altro. Essere un ghostwriter, invece, significa non essere riconosciuti, perché di fatto non sei nessuno. Non è un po’ una creazione che ha venduto l’anima?


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