“Gli sdraiati”: scontro generazionale senza vincitori né vinti

Dal romanzo di Serra, Claudio Bisio e Gaddo Bacchini in una commedia dagli spunti interessanti

di Riccardo Carosella

 

Un film di Francesca Archibugi. Con Claudio Bisio, Gaddo Bacchini, Cochi Ponzoni, Antonia Truppo, Gigio Alberti. Drammatico, 103′. Italia, 2017

 

L’ultimo film di Francesca Archibugi, “Gli sdraiati“, tratto dal romanzo omonimo di Michele Serra, è una vivace commedia sullo scontro millenaria tra padre e figlio, dove però non mancano quelle sfumature drammatiche e intime che donano al film spessore e autenticità.

Giorgio Selva (Bisio) è un giornalista televisivo di grande successo, divorziato e con il figlio Tito (Bacchini) a carico. Tra i due è una lotta continua con il padre che cerca in tutti i modi di trovare un dialogo col ragazzo e quest’ultimo che rifiuta categoricamente – e a volte brutalmente – ogni suo gesto o parola.

Giorgio è un uomo puntiglioso, preciso e ligio al dovere che cerca di impartire a Tito regole di buona convivenza, valori familiari e un’educazione. Dal canto suo, Tito conduce un’esistenza quasi anarchica, infischiandosene di ogni regola del vivere civile e non riconoscendo l’autorità del padre. Una serie di avvenimenti porterà i due ad avvicinarsi, seppur di poco, a quel concetto di rapporto affettuoso che dovrebbe esserci, idealmente, tra genitore e figlio.

Francesca Archibugi si conferma un’ottima regista, per la sua capacità di toccare temi attuali e universali con grande leggerezza e sguardo critico. Chiunque riuscirà a immedesimarsi, fosse solo per qualche momento, in uno dei due protagonisti, il padre autoritario e ansiogeno ma allo stesso tempo affettuoso e premuroso e il figlio ribelle e menefreghista, ma comunque intelligente e consapevole.

Quello che sembra mancare tra loro è soprattutto la capacità di comunicare, quasi che venissero da due mondo diversi e parlassero due lingue diverse. E in parte è così. Perché Giorgio e Tito hanno una visione della vita completamente differente e nonostante siano padre e figlio gli occhi con cui vivono la quotidianità è contrastante. Tutti e due sbagliano, portando avanti le proprie convinzioni senza intenzione di cedere di un millimetro. Ma si renderanno conto che la loro è una battaglia in cui nessuno vince e nessuno perde.

Probabilmente le loro visioni non si incontreranno mai del tutto. Giorgio realizza alla fine che i ragazzi vanno lasciati liberi di vivere le proprie esperienze, a volte anche infrangendo delle regole, risultando trasgressivi e rischiando qualcosa. Tito, dal canto suo, capisce che nonostante la forte autorità e pedanteria, suo padre non vuole altro che il suo bene e possibilmente condividere con lui qualche momento in più.

Emblematica e simbolica, sul finale, la scena di Tito che, durante un’escursione con Giorgio scala in solitaria una montagna. Arriva in cima e si sdraia, fiero e soddisfatto, sul soffice manto erboso. Come a simboleggiare l’indipendenza e la forza interiore dei giovani, capaci di affrontare da soli e a modo loro una montagna… ma anche la vita di tutti i giorni.

 

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