I cospiratori del baklava, Jason Goodwin

I cospiratori del baklavaIl principe Czartoryski, un esule che per la Polonia incarna la speranza di riconquistare l’unità, è stato rapito. Tutti disperano per la sua sorte, ma lo scaltro detective ottomano Yashim è certo che sia ancora vivo, e soprattutto è convinto di conoscere i responsabili del gesto: un gruppo di cospiratori che frequenta i salotti dell’ambasciatore polacco Palewski. Gli sfugge però l’identità della Piuma, che pare abbia ordito l’intera trama. La Sublime Porta è in agitazione e Yashim dovrebbe gettarsi sul caso anima e corpo, ma si è innamorato, e al momento l’unica indagine che lo interessa davvero riguarda il suo cuore. Saranno gli eventi a fargli riacquistare lucidità, mettendolo di fronte a svolte imprevedibili.

 

A dire il vero non so nemmeno perché mi ostini ancora a leggere questi libri. O meglio, so perché li leggo – l’ambientazione orientaleggiante esercita su di me un fascino irresistibile e quando vedo il nome del protagonista in copertina non riesco a resistere -, ma ogni volta che ne finisco uno i commenti a caldo, e anche quelli più ragionati, che la lettura provoca in me sono pressappoco sempre gli stessi.

Jason Goodwin ha avuto il merito di creare un personaggio particolare e affascinante – l’eunuco Yashim, al servizio della Sublime Porta e del Sultano. I lettori hanno imparato ad amarlo da “L’albero dei Giannizzeri” e dopo hanno continuato a seguirlo. Come me, immagino che in tanti abbiano acquistato questo nuovo libro, “I cospiratori del baklava“, quando hanno visto l’uscita per Einaudi. Il “marchio Yashim”, insomma, molto probabilmente continua a vendere. Ma quando è giusto dire basta e tagliare il cordone ombelicale con una storia, anche se è questa che ci ha portato al successo?

Come purtroppo ho notato già negli ultimi libri, anche in questo caso la trama latita. Sì, insomma, dovrebbe trattarsi di un giallo o addirittura di un thriller e invece… il ritmo narrativo è sonnolento, la suspense si fa desiderare. Le digressioni culinarie di Yashim risultano di troppo, così come larga parte di quello che viene raccontato. Per farla breve, il libro non scorre rapido e spedito dall’inizio alla fine, ma veleggia. A tratti ci si annoia, a tratti si perde il filo. Alla fine, come al solito, tutto succede troppo in fretta e non si ha nemmeno il tempo di capire bene come sono andate le cose.

Quello che distingue il libro da quelli che lo hanno preceduto, ahinoi, è lo stile. Goodwin si era fatto conoscere, oltre che per le storie, per quel particolare modo di raccontarle, dipingendo scene anche brevissime e spostando continuamente il punto di vista. Ne “I cospiratori del baklava”, invece, l’autore diventa quasi un narratore classico. Dimenticate i capitoli brevissimi, lunghi anche soltanto poche righe. Questa volta i diversi scorci durano molto più a lungo, a discapito della rapidità e dei cambiamenti di prospettiva.

Che dire poi del fantomatico innamoramento di Yashim di cui si millanta nella copertina? Nel romanzo che ho letto io per l’amore c’è davvero poco spazio – così come per il giallo, per l’avventura, per la magia.

Peccato.


 

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