I top e i flop del 2018 al cinema secondo Concetta Piro

La redazione di Parole a Colori “dà i numeri”, votando le tre migliori e peggiori novità dell’anno

di Concetta Piro

 

Iniziamo con le note liete del 2018, i miei “top 3”.

Il primo è Chiamami col tuo nome di Luca Guadagnino. Il modo con cui il regista racconta la storia d’amore tra il giovanissimo Elio e il più maturo Oliver risulta piacevole dalle prime inquadrature fino ai titoli di coda. Mai volgare, piuttosto semplice e altrettanto intensa la narrazione di un desiderio che diventa sentimento ancor prima di esserlo davvero.

Marcello Fonte è qualcosa di quasi indescrivibile in Dogman di Matteo Garrone. A partire dallo sguardo spento e lontano di un uomo che sopravvive, passando per la voce stridula, quasi caricaturale, per finire con il fisico minuto che sembra consumato dal tempo. L’ambientazione anonima di una periferia, che potrebbe essere ovunque, rende il tutto ancora più intimo.

Nonostante i temi capaci di provocare reazioni, Tre manifesti a Ebbing, Missouri non è un film che colpisce per quello che trasmette. Piuttosto, resta impressa la performance intensa di Frances McDormand e quella folle e profonda di Sam Rockwell; l’esecuzione perfetta della messa in scena, con uno sviluppo della sceneggiatura capace di arrivare a tutti. Da Oscar!

 

Passiamo invece ai bocciati senza appello, ai flop 3 di questi ultimi dodici mesi.

Il primo è “Jan Palach”. La mancanza di un chiaro riferimento storico, il lentissimo svolgimento narrativo e l’impossibilità di creare la giusta alchimia con il protagonista rendono una storia pregna di elementi portanti uno scarno racconto di vita concentrato sugli ultimi mesi dello studente e attivista ceco, talmente tedioso da rendere la visione davvero faticosa.

Nell’intento di voler donare a Se la strada potesse parlare un tono poetico non dovuto, Jenkins sembra perdere di vista l’obiettivo primario, creando un racconto frammentario e non lineare in cui le scene sembrano ripetersi. Lo spettatore prova la reazione opposta a quella sperata: invece di emozionarsi finisce per diventare insofferente dopo circa mezz’ora di visione.

The predator non è semplicemente degno della saga dove si inserisce. La scelta di cambiare genere, allontanandosi dall’horror per avvicinarsi alla commedia o alla storia d’avventura non paga.