“Il buco”: fantascienza, horror e satira sociale nel film di Gaztelu-Urrutia

Una prigione verticale, carcerati affamati divisi per piano. Un futuro possibile che mette i brividi

Un film di Galder Gaztelu-Urrutia. Con Emilio Buale, Zorion Eguileor, Eric Goode, Alexandra Masangkay, Ivan Massagué. Fantascienza, 94′. Spagna 2019

In un futuro distopico, esiste una prigione chiamata El Hoyo, letteralmente “Il buco”, suddivisa in celle verticali dove vivono due detenuti. Una volta al giorno il cibo scende dall’alto, e agli abitanti dei piani inferiori resta solo quello che viene lasciato da quelli dei piani superiori. Ma cosa succederebbe se qualcuno tentasse di cambiare le cose?

 

Il buco del titolo – che nella versione italiana viene tradotto con “La fossa” – è il primario e più interessante dei simboli di cui è infarcita la pellicola di Galder Gaztelu-Urrutia, disponibile su Netflix a partire dal 20 marzo dopo aver ben impressionato al Torino Film Festival 2019.

Nella Divina Commedia di Dante, l’Inferno viene chiamato anche fossa; i piani della prigione sono 333, la metà di 666, numero del demonio. Da qui la convinzione che il film spagnolo che mescola fantascienza, thriller, horror e satira sociale possa essere visto come una rivisitazione moderna dell’opera dantesca o per meglio dire della visione infernale.

Inoltre la struttura a piani della prigione non può non farci pensare alle classi sociali, alle caste ma anche alle cornici del Purgatorio, per restare in tema con Dante. Ogni occupante, infatti, ha la possibilità di elevarsi o retrocedere, mese dopo mese. Eppure il risultato a cui questo esperimento sociale sembra condurre è che ai livelli superiori si trovino persone peggiori, sempre più egoiste e prepotenti.

Impossibile non notare le somiglianze tra “Il buco” e “Parasite” di Bong Joon-ho (qui la recensione), anche se qui il macabro prende il sopravvento rispetto alla raffinata quanto claustrofobica rappresentazione del regista coreano, e la speranza, lì assente, ha addirittura un volto, quello di una bambina destinata a portare al punto di rottura il corrotto sistema di gestione della struttura carceraria.

 

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Nata a Napoli, a otto anni si trasferisce in provincia di Gorizia dove si diletta di teatro. Torna nella sua amata città agli inizi del nuovo millennio e qui si diploma in informatica e comincia a scrivere - pensieri, racconti, per poi arrivare al primo romanzo, "Anime". Nel frattempo ha cambiato di nuovo città e scenario, trasferendosi nelle Marche. Oggi conduce per RadioSelfie.it "Lo chiamavano cinema", un approfondimento settimanale sulla settima arte, e scrive articoli sullo stesso tema.

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