“Il giovane favoloso”: ritratto intimo e pulsante del Leopardi uomo

Elio Germano presta il volto al grande poeta e filosofo, che conosceva l'amore e temeva le donne

di Sara Cancellara

 

Un film di Mario Martone. Con Elio Germano, Michele Riondino, Massimo Popolizio, Anna Mouglalis, Valerio Binasco. Biografico, 137′. Italia, 2014

Tre bambini giocano dietro una siepe, nel giardino di una casa austera. Sono i fratelli Leopardi, e la siepe è una di quelle oltre le quali Giacomo cercherà di gettare lo sguardo, trattenuto nel suo anelito di vita e di poesia da un padre severo e convinto che il destino dei figli fosse quello di dedicarsi allo “studio matto e disperatissimo” nella biblioteca di famiglia, senza mai confrontarsi con il mondo esterno.

 

Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,
Silenziosa luna?
Sorgi la sera, e vai,
Contemplando i deserti; indi ti posi.

Che il film di Mario Martone “Il giovane favoloso” sia un capolavoro è un fatto indiscutibile. Accolto con entusiasmo dalla critica inglese e applaudito per dieci minuti buoni alla Biennale di Venezia, ha riscosso un gran successo anche in sala. Un omaggio non solo al poeta Giacomo Leopardi, ma alla cultura e all’arte italiana, alla musica, alla scultura, al patrimonio classico greco-romano, alla natura.

Se sui banchi di scuola quello che ci viene presentato è il poeta, immerso nel suo pessimismo cosmico, nel film il personaggio appare anche uomo, un uomo fragile, bloccato nelle sue emozioni, un uomo che ha paura della morte e della stessa vita.

Paradossalmente, però, sono proprio questa vita e questa sua natura che lo spingono a scrivere, a stendere su fogli di carta parole e versi. I suoi scritti sono un’immagine della sua esistenza. Giacomo osserva la vita, la sua e quella degli altri, non lasciandosi coinvolgere. Preferisce rimanere solo.

Il ritratto prende forma ed Elio Germano in questa difficile interpretazione è perfetto, è lui, è Leopardi. Leopardi che seduto allo scrittoio non può fermare la forza del suo pensiero, non può fermare il fluttuare delle sue emozioni. Leopardi che contempla la luna, passeggia silenzioso nei prati, si stende a terra, osserva, osserva come un filosofo perché così fanno i filosofi, osservano, e dalle loro osservazioni partoriscono poi pensieri complessi.

Quanto amore aveva dentro di sé Giacomo Leopardi, quanto amore avrebbe voluto dare. Nei vicoli napoletani donne opulente dai tratti felliniani lo circondano, e lui appare intimorito e impacciato di fronte ai corpi nudi, alle voci strazianti, ai simboli della tentazione che echeggiano mischiate alle risate di scherno.

“S’agapo, s’agapo, s’agapo, diteglielo in greco”, consiglia Ranieri, l’amico del poeta, alle donne. “Diteglielo in greco, non in italiano, ti amo, ti amo, ti amo”. 

Leopardi non è mai riuscito ad amare una donna, l’amore però lo conosceva. Cosa c’è nei suoi versi se non l’amore, l’amore universale che pulsava in lui in ogni istante della sua vita e che in ogni istante egli traduceva in poesia?

Le inquadrature del film sono perfette, aiutano a dare spessore al personaggio. Sembrano quasi incorniciare ogni singola scena, trasformandola in un dipinto, in un ritratto, in un’immagine che rimanda inevitabilmente ai classici antichi. Leopardi guarda la luna taciturno. Leopardi si scontra con il padre. Leopardi non accetta alcun compromesso. Leopardi è un giovane immerso nella poesia e nel conflitto, è un giovane che lotta, un ribelle solitario, Leopardi è un uomo.

Così il regista Martone vuole ricordarlo: un uomo che con tenacia e grinta riuscì a far sentire agli altri la sua tremula voce, rendendo il suo pensiero attuale e vicino anche a noi posteri. Quel giovane fu e continuerà per sempre a essere favoloso.

 

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