“Il ladro di giorni”: buone premesse per un film che si perde in corsa

Guido Lombardi porta sul grande schermo il suo romanzo omonimo, ma il risultato è deludente

Un film di Guido Lombardi. Con Riccardo Scamarcio, Massimo Popolizio, Augusto Zazzaro. Drammatico. Italia 2019

Salvo aveva cinque anni quando suo padre Vincenzo è stato arrestato, praticamente davanti ai suoi occhi. Sette anni dopo Salvo vive con gli zii e il cuginetto un’esistenza controllata e tranquilla: ma suo padre torna e reclama il figlio per quattro giorni. Vincenzo deve trasportare un carico importante fino a Bari e porta con sé Salvo come assicurazione: un bambino è meglio di una pistola, afferma, perché la sua presenza nel caso di un eventuale fermo di polizia può avere un effetto-distrazione. Questo però non è l’unico motivo per cui Vincenzo vuole Salvo con sé, e il bambino si rivelerà un potenziale veicolo di redenzione per quel padre scombinato ma non del tutto privo di sentimenti e attenzioni.

 

Presentato in concorso alla Festa del Cinema di Roma 2019, “Il ladro di giorni” di Guido Lombardi – tratto dall’omonimo romanzo edito da Feltrinelli – delude le aspettative con un soggetto non particolarmente originale, una sceneggiatura inefficace, e una commistione tra road e revenge movie assai discutibile.

Salvo ha undici anni e vive con gli zii e il cugino dalla morte della madre. Il giorno della sua prima comunione, mentre gioca a calcetto con i compagni, appare, in maniera del tutto inaspettata, un uomo: suo padre Vincenzo. Lo aveva visto l’ultima volta sette anni prima, in Puglia, sulla spiaggia, mentre veniva portato via dai carabinieri.

Vincenzo, uscito di galera, ha deciso di incontrare Salvo per trascorrere con lui qualche giorno nella terra natia. Ma questo desiderio cela anche una verità scomoda: l’utilizzo del figlio come scudo in un’attività delittuosa. “Un figlio è meglio di una pistola”, dirà Vincenzo a un suo sodale in una delle prime scene del film.

Inizia così un viaggio verso il sud Italia, un viaggio lastricato di silenzi e diffidenza. Da una parte c’è un figlio, Salvo, che ha paura di quel padre, pur tanto desiderato durante la sua assenza forzata; dall’altra un padre, Vincenzo, incapace di relazionarsi con un figlio oramai quasi adolescente.

Il loro è anche un viaggio fatto di incontri e di ricordi – attraverso un gioco di continui flashback, in cui spicca un ineccepibile Massimo Popolizio nei panni di Totò –, di brevi momenti di tenerezza, di conoscenza reciproca. Ma in questo gioco di rimandi è il presente a rimanere in sospeso, labile il confine tra bene e male, tra buoni e cattivi.

“Il ladro di giorni” mette in campo diversi elementi di per sé interessanti. Purtroppo, però, la storia nel suo complesso porta con sé un senso di già visto. E il ritmo lento – forse anche troppo – non aiuta la sceneggiatura debole.

Riccardo Scamarcio appare più convincente nel ruolo di “criminale del Sud” un po’ cafone che in quello di padre alla deriva, mentre il giovanissimo Augusto Zazzaro è bravissimo. Eccellente anche la fotografia di Daria D’Antonio.

 

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