“Il risoluto”: un documentario di Giovanni Donfrancesco

Il montaggio e il respiro teatrale rendono prolissa l'opera, che nasce da un'idea interessante

Un film di Giovanni Donfrancesco. Documentario, 159′. Italia, Francia, 2017

Nel fitto dei boschi del Vermont Giovanni, giovane cineasta italiano, si imbatte in Piero, 87enne genovese trapiantato da anni in America. Piero è ben inserito nella società anglosassone, canta nel coro presbiteriano ed è sposato a Lee Aura. Ma non ha dimenticato le sue radici, e in particolare quel passato davvero ingombrante del quale non parla volentieri. Eppure, davanti alla cinepresa di Giovanni, Piero a poco a poco si apre e si racconta come un fiume in piena, dissotterrando una storia personale profondamente incistata nella Storia del nostro Paese.

 

Il 25 aprile 1945 termina la seconda guerra mondiale in Italia e con questa la dittatura fascista, durata un ventennio. Dopo la liberazione, gli italiani si proclamano fieri antifascisti e fautori della democrazia. Ma che fine fanno, ad esempio, i ragazzi, neppure diciottenni, che avevano aderito alla Repubblica di Salò, arruolandosi nella squadra dei “Risoluti” di Giovanni Bottero?

Doveva gettare nuova luce sull’argomento, almeno nelle intenzioni, il nuovo documentario di Giovanni Donfrancesco, “Il risoluto”,  presentato in anteprima mondiale alla Biennale di Venezia 2017.

Il regista struttura l’opera – molto lunga – con un prologo, quattro atti e un epilogo, sperando forse di rendere la visione più leggera e coinvolgente. Purtroppo il respiro teatrale del progetto e il montaggio, con l’alternarsi di passato e presente, sabotano le buone intenzioni.

Piero Bonamico è un uomo lucido, forte e di personalità, ma sul piano meramente cinematografico funziona davvero poco. La sua voce e la sua gestualità sono a tratti respingenti, a tratti semplicemente noiosi e ripetitivi.

Personalmente mi sento di attribuire le maggiori colpe del fiasco proprio al regista, che ha scelto di piazzare Piero davanti alla telecamera e farlo parlare a ruota libera invece di optare per un contraddittorio o un’intervista, che avrebbero aiutato a tirar fuori le potenzialità della storia.

Bonamico, senza ipocrisia o retorica, rievoca il nostro passato recente, le sue umili origini, l’ascesa del Fascismo – a suo parere favorita dall’ignoranza e dalla povertà diffusa tra la popolazione.

Il secondo e il terzo atto sono sicuramente i più coinvolgenti: è qui che l’ex Risoluto è costretto a fare i conti con il suo passato e gli errori giovanili, e si nota come questa operazione sia dolorosa. Il quarto, invece, ci rimanda del personaggio un’immagine più intima e romantica, raccontando l’incontro con la futura moglie, Lee Aure.

“Il risoluto” avrebbe potuto essere più incisivo e meno prolisso, ma rimane comunque un documentario utile da vedere, magari dopo aver bevuto un bel caffè doppio.

 

Il biglietto da acquistare per “Il risoluto” è :
Nemmeno regalato. Omaggio. Di pomeriggio. Ridotto. Sempre.

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Vittorio De Agrò
È nato in Sicilia, ma vive a Roma dal 1989. È un proprietario terriero e d’immobili. Dopo aver ottenuto la maturità classica nel 1995, ha gestito i beni e l’azienda agrumicola di famiglia fino al dicembre 2012. Nel Gennaio 2013 ha aperto il suo blog, che è stato letto da 15.000 persone e visitato da 92 paesi nei 5 continenti. “Essere Melvin” è il suo primo romanzo.

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