“Imaculat”: un dramma stilizzato sui rapporti all’interno di un gruppo

L'opera prima di Monica Stan e George Chiper-Lillemark è coinvolgente, spiazzante, forte

Una scena di "Imaculat", film vincitore del GdA Director’s Award e del Leone del futuro. Venezia 2021

Un film di Monica Stan, George Chiper-Lillemark. Con Ana Dumitrascu, Vasile Pavel, Cezar Grumarescu, Ilona Brezoianu, Rares Andrici. Drammatico, 114′. Romania 2021

Quando Daria entra in un centro di riabilitazione per disintossicarsi dalla droga, una dipendenza ereditata dal suo primo amore, quell’aura di innocenza la salva dalle avance sessuali degli altri pazienti, per lo più maschi, e le fa guadagnare la loro protezione. Dietro il piacere di tutte queste lusinghe, però, si nasconde un caro prezzo da pagare che la giovane scopre immediatamente.

 

In “Imaculat”, pellicola autobiografica di Monica Stan, diretta in collaborazione con George Chiper, e premiata con il GdA Director’s Award e il Leone del futuro per la miglior opera prima a Venezia, la macchina da presa è fissa su Daria (Dumitrascu), e attraverso di lei porta avanti una riflessione sui rapporti di forza e di potere all’interno di un gruppo chiuso.

La giovane che entra nel centro di riabilitazione è spaventata e inconsapevole dell’aura di purezza che la circonda. Proprio la sua fragilità la porta a diventare prima vittima e poi complice di un sistema complesso e malato, a forte componente maschile. 

Nonostante la componente autobiografica a cui accennavo in apertura – la regista Monica Stan, a 18 anni, ha passato un periodo in riabilitazione -, il film lascia da parte i luoghi e le definizioni precise, per portare avanti un discorso complesso ma essenziale su come cambino, nel corso del tempo, i rapporti di forza fra dominatori e dominati, vittime e carnefici, predatori e prede.

La macchina da presa si concentra sulla protagonista Daria (una convincente e intensa Ana Dumitrascu), quasi ingabbiandola nell’inquadratura, ma si apre anche agli altri abitanti della struttura, via via che entrano in contatto con lei.

Tempi lenti e a volte asfissianti scandiscono le giornate della ragazza in un film dalle scenografie ospedaliere e severe, quasi monocromatico (i costumi sono tutti giocati sui toni del grigio e del beige) e di stampo teatrale. A spiazzare e dare luce, nonostante tutto, alla storia sono i rapporti e i ruoli, che cambiano, si ribaltano, si intrecciano continuamente. 

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Nata a Napoli, a otto anni si trasferisce in provincia di Gorizia dove si diletta di teatro. Torna nella sua amata città agli inizi del nuovo millennio e qui si diploma in informatica e comincia a scrivere - pensieri, racconti, per poi arrivare al primo romanzo, "Anime". Nel frattempo ha cambiato di nuovo città e scenario, trasferendosi nelle Marche. Oggi conduce per RadioSelfie.it "Lo chiamavano cinema", un approfondimento settimanale sulla settima arte, e scrive articoli sullo stesso tema.

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