Incontro con Carlo Verdone per i 31 anni di “Compagni di scuola”

Il regista romano ha raccontato il dietro le quinte del suo film, divenuto cult solo col passare degli anni

Ad Alice nella città è stata presentata la versione restaurata di “Compagni di scuola”, film diretto e interpretato da Carlo Verdone nel 1988. E in questi giorni è uscito anche il libro “Siamo tutti compagni di scuola” a cura di Gianluca Cherubini, che racconta l’ideazione e la realizzazione del progetto.

Verdone si è presentato all’incontro con un pubblico entusiasta – l’evento era sold out da giorni –, mentre in platea spiccava la presenza di diversi membri del cast originale, Christian De Sica, Massimo Ghini, Eleonora Giorgi, Nancy Brilli.

 

Si parte dalle origini, dalla storia vera che ha dato il là al film.

“Compagni di scuola nasce da una vera riunione di classe, la 3A, di cui facevo parte. Nei personaggi sono riconoscibili miei ex compagni, a cominciare da Pier Maria Fabris, preso di mira e angariato un po’ da tutti.”

Verdone ha incontrato non poche difficoltà a trovare i fondi necessari per produrre il film. Inizialmente, infatti, nessuno credeva nel progetto, nemmeno Cecchi Gori, che lo riteneva troppo triste e cervellotico. Poi le cose sono cambiate…

“Si convinse a produrmi a patto che non spendessi troppo, dopo avermi letteralmente lanciato il copione in aria, con le duecento e oltre pagine che volavano ovunque. Ecco perché parte del cast è stata presa letteralmente dalla strada.”

Anche trovare la location giusta – con più stanze, un piano superiore, corridoi che si intersecavano – ha richiesto non poco lavoro. Dopo molti sopralluoghi venne individuata quella di Fiorucci, che prima di allora non era mai stata utilizzata.

“Mi presentai al proprietario chiedendo di usarla per nove settimane e mezzo, rifiutarono categoricamente. Poi il produttore intervenne alzando il budget e ci fu concesso. Il primo giorno di riprese si ruppe un vaso. Il proprietario si arrabbiò e non ci fece più usare quella parte della villa. Scappai in bagno e piansi, pregando Sergio Leone. Quelle avvisaglie funeste mi incutevano il terrore di finire per sbagliare il film”.

Invece le riprese del film si conclusero senza altri intoppi.

“Fui chiamato per visualizzare la copia zero. Mi feci accompagnare da Francesca D’Aloia, dovevo capire quella che poteva essere la percezione del pubblico che non era abituata a questo tono malinconico, mai usato nelle mie pellicole. Mi disse che era un grande film e che non avrei dovuto preoccuparmi. Alla prima proiezione mandai un mio amico a controllare: c’erano tredici persone, e una gli disse che il film era buono ma… non sapeva a chi sarebbe potuto piacere. Anche nelle proiezioni successive tutti uscivano storditi, sembravano non ritrovare il Verdone di sempre, quello che conoscevano”.

E pensare che la versione finale sarebbe potuta essere ancora più malinconica…

“Sì, in realtà doveva esserci anche un altro personaggio, un prete che alla fine si toglie la vita. Ho pensato però che fosse troppo, che avrebbe reso il film estremamente drammatico. Ad oggi sono ancora convinto di aver fatto bene a eliminarlo.”

Al momento dell’uscita in sala, la critica non fu tenera con “Compagni di scuola”, e neanche il pubblico si mostrò troppo entusiasta.

“La critica mi diede due stelle, ancora oggi lo trovo ingiusto, ma mio padre mi disse che aveva fatto un grande film che sarebbe stato apprezzato con il tempo e aveva ragione. Questa pellicola ha attraversato decenni, ha un’anima vera e sincera e sarà immortale. Sarà sempre attuale perché racconta la debolezza degli uomini.”

Due scene soprattutto fecero discutere all’epoca: quella dello stupro e quella dove si vede un politico che tira cocaina in un bagno. Una scelta coraggiosa, includerle.

“Mario Cecchi Gori voleva tagliare le scene per paura che il film venisse vietato ai minori di 14 anni, creando così un danno economico. Io invece spiegai i miei motivi e la censura mi ascoltò, facendolo passare senza divieti.”

La fine delle riprese ha lasciato nel regista una sensazione da ultimo giorno di scuola, per restare in tema, ed è su questo che si chiude l’incontro.

“Dopo l’ultimo ciak, finito il film, c’eravamo io, Cristian (De Sica) e il custode che chiudeva il cancello e così come il mio personaggio che dopo aver perso l’amore platonico e afflitto dal pensiero di far ritorno a casa si accende il mozzicone di sigaretta, anche io sono entrato nella villa svuotata, mi sono seduto sul divano e mi sono acceso la mia prima sigaretta dopo tanto tempo mentre dentro di me dicevo: C’è l’ho fatta! È stata la sigaretta più buona della mia vita.”

 

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Nata a Napoli, a otto anni si trasferisce in provincia di Gorizia dove si diletta di teatro. Torna nella sua amata città agli inizi del nuovo millennio e qui si diploma in informatica e comincia a scrivere - pensieri, racconti, per poi arrivare al primo romanzo, "Anime". Nel frattempo ha cambiato di nuovo città e scenario, trasferendosi nelle Marche. Oggi conduce per RadioSelfie.it "Lo chiamavano cinema", un approfondimento settimanale sulla settima arte, e scrive articoli sullo stesso tema.

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