Incontro ravvicinato con Isabelle Huppert, premio alla carriera a Roma

L'attrice francese ha parlato dei ruoli che le hanno regalato il successo, di cinema italiano e progetti

Non solo film e presentazioni, alla Festa del cinema di Roma, ma anche incontri ravvicinati con grandi attori e registi. Uno dei più attesi è stato sicuramente quello con Isabelle Huppert, che ha ricevuto il premio alla carriera.

Elegante, posata, ironica, poliglotta e interessante, l’attrice francese ha ricevuto il riconoscimento da Toni Servillo, mentre l’incontro era mediato da Antonio Monda. Noi ovviamente non potevamo mancare.

Tra spezzoni dei sui film più celebri e commenti, la Huppert ha risposto alle domande dei giornalisti.

 

Quanto è importante il teatro per lei?

È bello parlare di teatro, quando siamo qui per parlare di cinema. Sono fiera del mio lavoro “on stage” per via di tutti i grandi artisti con cui ho lavorato. Per me essere attrice è universale, vale per cinema e teatro. Il teatro sfrutta personaggi che vivono nella memoria collettiva, il cinema ne crea di nuovi. La domanda di Monda è più ampia, per il grande che c’è dietro.

Come è stato il lavoro con il regista Paul Veroheven sul set di “Elle”? 

Non è il tipo di regista con cui stabilisci un tipo di lavoro prima. È stato un film molto rimandato alla psicologia generale e soprattutto classica, che investiga nell’interiorità e quindi c’è stato un lavoro di questo tipo, soprattutto. È stato fondamentale per la mia performance lo Spazio, così è il cinema, come quello che mi divideva dalla camera e dalla crew. Abbiamo raccontato il personaggio è quello che si vede, tutta l’ambientazione racconta il personaggio stesso. Con Paul era tutto un gioco di come l’attore e la camera si muovessero insieme per raccontare il personaggio.

Una scena del film “Elle” con Isabelle Huppert.

Il film è uscito in sala due anni fa, ma quale pensa sarebbe stato l’impatto oggi, con le questioni che sono in atto?

Certo, oggi sarebbe stato più forte il messaggio. Il film è basato tutto su Elle, femminile e non troppo femminista.

In generale preferisce un regista che lascia molto spazio all’intraprendenza degli attori oppure uno che chiede in modo esplicito cosa vuole?

Credo che la recitazione sia molto improvvisazione. Se si ha davanti un testo il gioco dell’improvvisazione è più duro, essendo un qualcosa di puro. In “Loulou”, per esempio, c’era scritto che il personaggio aveva uno sguardo animalesco e non credevo di aver girato bene la scena, finché dissero: buona la prima.

Lavorando con molti registi italiani, ha notato che c’è qualcosa di caratteristico nell’approccio italiano?

Forse per la vostra storia del cinema… ma c’è qualcosa di universale in questo lavoro, che trovo ovunque anche in olandesi come Verhoeven, per esempio. Spesso il cinema italiano è politico, grottesco o sociale ma esiste anche questa relazione con l’estetica che è oggettivamente universale.

Le è mai capitato di riscrivere drasticamente un ruolo? 

No, non totalmente. Mi è capitato per piccole cose, dettagli che sentivo più miei. Ovviamente i dialoghi posso averli interpretati più o meno letteralmente, anche quelli scritti meglio. Dipende dall’improvvisazione, come dicevamo prima.

Pensando alla sua lunga carriera, c’è un ruolo che ha rifiutato, pentendotene in seguito?

Il primo “Funny Games”. Ammiro l’attrice che poi ha interpretato il ruolo, che effettivamente era molto ben scritto. Il progetto era di mettere a nudo il meccanismo cinematografico per avvicinare lo spettatore al massimo, rendendolo uno show di cui fa parte. Quasi in termini teatrali. Ma preparando “La pianista” avevo fatto un lavoro completamente opposto e in quel momento rifiutai il ruolo in “Funny Games”.

Com’è stato lavorare con Michael Cimino in “I cancelli del cielo”? Il film non ebbe al momento dell’uscita, nel 1980, grande fortuna in termini di incassi… 

Il mio personaggio e in generale il film richiamavano il classicismo americano, andando contro ogni cliché. Criticandolo. È un film sia concettuale che molto realista, che racconta la vita in generale. Un’idea per cui ho un profondo rispetto. Cimino aveva un’ottima idea, era politica e virulenta e sì, forse per questo fu un film sfortunato al botteghino. Io non sono americana e non sono certa di come sia stato interpretato.

Ricorda come si è evoluto il film dalla sceneggiatura alla resa finale? 

Be’ la sceneggiatura era molto dettagliata, c’era una forte coscienza di come volevano venisse il film finito. Ma non c’era la necessità di essere troppo fedeli. Penso sappiate che esiste una versione estesa del film, di tipo 5 ore… Con il montaggio si crea un film diverso.

E dopo questo film, uno dei tanti successi della sua carriera, Isabelle Huppert riceve il premio alla carriera dalle mani di Toni Servillo. Ringraziando il collega, perché “è un onore venire premiati da qualcuno con un così grande talento”.

 

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Classe 1996, marchigiana d’origine, studia comunicazione a Roma e ha trovato il modo di coniugare la passione per il cinema e quella per la scrittura... Come? Scrivendo sul e per il cinema dal 2015. Ha all'attivo diverse esperienze sul set, con registi del calibro di Matteo Garrone, e sogna un giorno di veder realizzato il suo film.

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