Intervista a Jennifer Sheridan, regista esordiente di “Rose – A love story”

La realizzazione di un horror sui generis, le difficoltà ambientali, il lavoro preparatorio con gli attori

In gara al London Film Festival 2020 con il suo primo film, “Rose – A love story” (qui la recensione), Jennifer Sheridan è una regista sicuramente da tenere d’occhio. Cresciuta nel sud di Londra, è proprio nella capitale britannica che è entrata in contatto con i film horror, soprattutto asiatici, e si è appassionata di cinema.

Prima di “Rose – A love story”, la Sheridan si è concentrato prevalentemente sui cortometraggi, premiati e apprezzati dalla critica. Tra questi ricordiamo “Love the Sinner”, presentato lo scorso anno al London Film Festival. La Sheridan si è anche distinta come editor in progetti come “the league of Gentlemen”.

Il lavoro della regista è caratterizzato dalla ricerca di storie dietro le quali si nascondono idee complesse e difficilmente incasellabili nei generi canonici. “Rose”, questa storia d’amore che approccia il vampirismo in modo molto realistico, è un esempio della sua abilità in tal senso.

 

Ciao Jennifer, benvenuta su Parole a Colori.

Ciao, Federica, piacere di conoscerti.

Il tuo film viene classificato come horror, ma non sembra seguire del tutto le regole di questo genere. Secondo te, qual è il tipo di pubblico che potrebbe apprezzare questo film?

È sicuramente un film molto difficile da categorizzare e questo è un po’ il problema che si ha quando poi lo si deve vendere. Può essere sicuramente definito un horror, ma gli appassionati del genere potrebbero sentirsi un po’ truffati. Allo stesso tempo, persone che non amano gli horror potrebbero apprezzarlo. Credo che ogni volta che metti da parte le regole di genere, il rischio sia sempre quello di perdere spettatori, ma spero che non sia questo il caso.

Il pubblico è abituato ai film horror sui vampiri, ma in “Rose – A love story” il vampirismo è presentato più come una malattia. Come mai questa scelta?

Paragonato a un film classico sui vampiri, “Rose” è molto più ancorato alla realtà. Ci si interroga su come gestire la quotidianità quando sei sposato a una persona affetta da vampirismo, come organizzare i pasti, la vita sessuale… Per proteggere la suddetta persona sei costretto a vivere in un modo poco felice. Penso che questo sia il tema centrale del film: la relazione tra due persone in una situazione orribile. Entrambi cercano di trarre il meglio da questa condizione, ma alla fine l’equilibrio si rompe.

Il film è decisamente anticonvenzionale, quindi ho trovato molto audace che tu abbia deciso di esordire proprio con questa storia. Cosa ti ha convinto a farlo?

Be’, amo tantissimo il copione e la storia. Mi piaceva l’idea che il film sia un po’ come il capitolo di un libro: non sai cosa sia successo prima, non sai cosa succederà poi. Ma, realisticamente parlando, per realizzare il mio primo film non avevo a disposizione un grande budget né molto tempo, quindi quando ho trovato un copione appassionante, con una sola location e pochi personaggi, è stato come trovare il Sacro Graal. È molto difficile che qualcuno ti dia un milione di sterline, per una prima pellicola. Per quante idee tu abbia, quindi, devi essere anche realistico.

Parlando del copione, come ti sei trovata a lavorare con Matt Stokoe, che è sia lo sceneggiatore che il protagonista maschile del film?

Penso che se avessi fatto questo film con qualsiasi altra persona sarebbe stato un incubo! Matt invece è molto collaborativo e abbiamo lavorato bene insieme. Per girare il film avevamo soltanto quindici giorni, quindi nei due anni precedenti abbiamo lavorato molto per far sì che andasse tutto liscio. Per fortuna, Matt e Sophie [Rundle ndr] sono due attori che lavorano sodo, molto concentrati su quello che fanno. Grazie al lavoro preparatorio, una volta arrivati sul set abbiamo girato senza perdere troppo tempo. Ma le cose sarebbero potute andare diversamente in un altro contesto e con altre persone.

Molte scene sono girate all’aperto, d’inverno e con la neve. Qual è stato il trucco, se c’è un trucco, per gestire così bene la luce e creare una fotografia così nitida in soli quindici giorni?

All’inizio abbiamo girato molte delle scene dentro alla casa, in uno spazio buio e stretto che abbiamo condiviso tra membri della troupe e attori. Siamo stati chiusi lì dentro per così tanto tempo che, quando siamo usciti, quel senso di liberazione che abbiamo provato si è riflesso nella fotografia, combinandosi molto bene con la storia di Sam e Rose.

Infatti, la fotografia si sposa molto bene con i personaggi…

Sì, da una parte c’è il mondo di Rose ristretto e limitato, dall’altra c’è Sam che si muove in questo spazio immenso, anche se è confinato in quel luogo per via della situazione con Rose. Sam può uscire e mantenere contatti con il mondo, Rose no. In un certo senso, la foresta è una via di fuga per lui, anche se non vuole ammetterlo perché è devoto a Rose. Ma lo spettatore, quando vede Sam muoversi nella foresta, in questo spazio vasto e pieno di neve, non si lascia ingannare e ha il dubbio che lui non sia pienamente convinto della vita che fa.

Una cosa che mi è piaciuta molto del film è il fatto che abbia vari livelli di interpretazione, e sia anche ricco di emozioni e pensieri inespressi. Come mai la scelta di lasciare così tante questioni aperte?

Penso che per me, in un certo senso, fosse importante raccontare una storia che richiedesse allo spettatore un certo lavoro interpretativo. Non è una storia che ti dice costantemente cosa succede, ci sono molti non detti. Questo è il mio modo per rendere lo spettatore partecipe della realtà che racconto, ed è anche la forza del film.

 

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