Intervista a Sophie Kinsella: dal chick lit allo young adult ma per tutti

Traduzione di Lucia Andreuzza

 

Dov'è finita Audrey? Sophie KinsellaShopie Kinsella ha esordito nel mondo dell’editoria nel 1999 – sì avete letto bene, 1999 – con il romanzo “I love shopping”, apri fila della serie che l’ha poi resa famosa, ma solo nel giugno di quest’anno ha pubblicato il suo primo romanzo di genere young adult.

In “Dov’è finita Audrey?” il ruolo della protagonista passa dall’eccentrica Becky alla quattordicenne Audrey.

Bustle ha avuto la possibilità di chiacchierare con la Kinsella del suo nuovo libro, dei personaggi e del motivo per cui, secondo lei, il pubblico non potrà non amare la giovane e complicata eroina.

In seguito a un caso di bullismo avvenuto a scuola, la ragazzina si è rinchiusa in se stessa, sopraffatta dall’ansia, e da allora si nasconde dietro a un paio di occhiali scuri ed evita qualsiasi contatto con le persone al di fuori della sua famiglia. Per superare i suoi problemi, Audrey vede una terapista – la dottoressa Sarah – che a un certo punto, come compito, la incoraggia a filmare la sua vita, a fare una sorta di documentario per trovare un modo di avvicinarsi alle persone.

Nel frattempo il fratello quindicenne di Audrey, Frank, ha sviluppato una vera ossessione per i videogiochi e la madre Anne cerca in ogni modo di trovare altre attività su cui il figlio possa concentrarsi. Ma è proprio grazie ai videogiochi che la vita di Audrey viene investita da una forza positiva: Linus, un amico del fratello, trova infatti il modo di parlare con lei scambiandosi bigliettini…

Questo libro non è soltanto una storia d’amore tra adolescenti. La Kinsella riesce a rendere la famiglia di Audrey sopra le righe e allo stesso tempo talmente vicina alla realtà che immedesimarsi non è difficile. Basta leggere le prime pagine per osservare la cosa.

Il libro si apre con la madre di Audrey, Anne, completamente fuori di sé che tiene il computer del figlio Frank fuori dalla finestra del secondo piano e minaccia di gettarlo di sotto, dando vita a una scena che richiama tutti i vicini sul prato di fronte alla villetta. Vi sfido a non ridere di gusto leggendo – e a non sembrare anche un po’ pazzi, qualora foste in pubblico.

Ci sono svenimenti, ilarità e anche una buona dose di verità riguardo alle pressioni sociali cui si è sottoposti a scuola, all’ansia e alle ripercussioni del bullismo, in questo romanzo. Potrebbe capitarvi di avere gli occhi lucidi dopo aver letto una pagina e subito dopo di ridere di gusto, un po’ come succede nella vita di tutti i giorni.

 

Leggiamo adesso l’intervista a Sophie Kinsella.

 

Le cose che tendono a essere denigrate dagli adulti – i videogiochi, ad esempio, ma anche Starbucks – nel tuo libro aiutano i personaggi a guarire, a diventare amici e a riunirsi come famiglia. E questo con non poca indignazione/preoccupazione da parte di Mrs. Turner. Cosa hai voluto mostrare o dire ai lettori rendendo le “ossessioni” una parte importante della storia?
Le ossessioni hanno sempre fatto parte dei miei lavori, adoro dare caratteristiche ossessive ai miei personaggi. Tutti hanno difetti e affrontano problemi nella vita reale, e mi piace riportare questo nei miei libri. Anne non comprende l’ossessione di Frank per i videogiochi, allo stesso modo Frank non comprende quella di sua madre per il Daily Mail. Questo libro è incentrato interamente sul rendersi conto che anche le altre persone, e i membri della famiglia, hanno dei punti di vista, spesso diversi dai nostri.

Nel libro non riveli mai cosa è successo esattamente ad Audrey. Qual è stato il motivo di questa scelta narrativa?
Avevo preso in considerazione l’idea di rivelare cosa fosse successo a Audrey, ma poi ho deciso di non farlo. Mi sono resa conto che se si inizia a pensare: “Questo evento ha causato questa reazione; le condizioni di Audrey sono dovute a questo fatto” in realtà si finisce per immedesimarsi meno nella difficile situazione della protagonista. Tanti teenager, oggi, soffrono di ansia. Io volevo che loro fossero in grado di immedesimarsi in Audrey, e non pensassero inveve: “Quell’evento non è capitato a me quindi io non sono come lei”. Penso anche, come Audrey stessa dice nel libro, che alcune cose è giusto che rimangano private. È giusto che chi soffre di ansia come Audrey sappia che condividere tutto non è obbligatorio, che alcune possono restare private.

Il documentario che Audrey viene invitata a girare dalla sua terapista compare nel libro come delle vere e proprie scene. In che modo credi che questo inserto possa aiutare a raccontare la tua storia?
Be’ prima di tutto amo l’idea che Audrey faccia un documentario da “spettatore”. Da un punto di vista più tecnico, possiamo dire che il documentario fornisce un’altra prospettiva. Adoro il sentimento diretto che provoca la narrativa in prima persona, ma è anche originale fare un passo indietro e guardare l’azione da una leggera distanza.

In generale cosa speri che i giovani lettori (e anche quelli più adulti) estrapolino da “Dov’è finita Audrey?”?
Spero che ai lettori piaccia il libro, che lo trovino divertente. E spero anche che i momenti più bui diano a ognuno degli spunti di riflessione, sia ai giovani lettori che ai loro genitori. Penso veramente che sia un libro per tutti.