Intervista ai Flatform, il collettivo artistico con base a Milano e Berlino

il cortometraggio “Quello che verrà è solo una promessa” racconta il cambiamento climatico

In un lungo piano sequenza attraverso l’isola di Funafuti si avvicendano fluidamente lo stato di siccità e quello di allagamento e viceversa, senza interruzioni. I luoghi e le azioni dei loro abitanti, nel costante e scorrevole movimento da uno stato all’altro, mettono a dimora le due situazioni ricorrenti dell’isola: quelle dell’attesa e della sospensione. Funafuti, nell’arcipelago di Tuvalu, è teatro da qualche anno di un fenomeno unico: per effetto del surriscaldamento del mare l’acqua salata risale dal sottosuolo, affiora attraverso le porosità dei terreni e li allaga mettendo a rischio il futuro della vita sull’isola.

 

Gli incontri e le proiezioni proseguono al London Film Festival a ritmo vertiginoso e l’agenda continua a riempirsi. In questo tourbillon di emozioni incontro i Flatform, collettivo artistico nato nel 2006, con base a Milano e Berlino, che al festival presenta il cortometraggio “Quello che verrà è solo una promessa” (That which is to come is just a promise).

Per uno spettatore che non li conosce, visitare il loro sito web è come fare un salto dentro la tana del Bianconiglio per scoprire un nuovo modo di guardare le forme, i colori, i suoni, scoprendo che quando si ha una visione artistica ricca il linguaggio e le parole non sono essenziali per comunicarla.

Nella loro ultima opera, il talento dei Flatform arriva a una fase di svolta e di maturazione. Grazie a un lungo lavoro di costruzione, lavorazione e montaggio “Quello che verrà è solo una promessa” non solo cattura il cambiamento climatico in corso sull’isola di Funafuti – per effetto del surriscaldamento del mare l’acqua salata risale dal sottosuolo, affiora dal terreni e li allaga – ma coglie le conseguenze profonde di questo fenomeno naturale: se non facciamo qualcosa adesso ci ritroveremo a raccontare le nostre storie da sotto il mare!

Incontro i Flatform in una giornata, ironicamente, piovosa e fredda. Tra una domanda e l’altra il tempo passa velocemente, come spesso accadde quando ci si trova in presenza di un interlocutore interessante che ha una forte visione artistica e che è interessato a sviluppare più un linguaggio personale che prodotti di facile fruizione.

 

Flatform è un nome molto particolare. Perché lo avete scelto? Come descrivereste il vostro duo e la vostra poetica a uno spettatore che si approccia ai vostri corti per la prima volta?

Flatform si riferisce alla traduzione letterale della forma piatta che per noi ha una relazione con quella che è la nostra idea di schermo oggi e dalla quale è nato il nostro collettivo. Ma Flatform, per estensione, si riferisce anche alla tabula rasa, ovvero ad una nostra attitudine a scrivere la realtà, confondendo il linguaggio, rimodulando le parole, attraverso quello che noi facciamo nel video.

E cosa avete trovato sull’isola di Funafuti, nell’arcipelago di Tuvalu, in linea con la vostra visione?

Le vicende naturali di Tuvalu ci sono sembrate interessanti per esplorare il rapporto fra attesa e sorpresa, che è uno dei temi centrali nel nostro lavoro. Il fatto che questo cambiamento di stato interessasse un’intera area, che non è direttamente a rischio di sprofondare contrariamente a quello che viene scritto, ma è a rischio di spopolamento, questo stato di passaggio da uno stato di vita a uno stato di morte di una cultura ci sembrava estremamente interessante. A Tuvalu abbiamo trovato la possibilità di indagare un passaggio di stato attraverso un fenomeno naturale, che da un punto di vista concettuale ci costringeva ad agire minimamente. Il fenomeno porta già dentro di sé tutto lo scarto tra attesa e sorpresa, in cui si matura una sospensione, che ci interessa esplorare, perché volendola proprio definire, l’attesa non è altro che quello che non è ancora ma che è già. Nell’attesa aspetti questo, ma nella sorpresa ti capita quello.

Come siete entrati in contatto con la situazione ambientale, particolarissima, di quest’isola?

Il progetto nasce dieci anni fa, nel 2009, dopo aver letto un libro sul cambiamento climatico, “Six degrees”, che in quegli anni aveva un certo successo. Nel libro si parlava brevemente di Tuvalu, giusto due righe, prospettando che sarebbe divenuto il primo luogo al mondo a venire interessato da una migrazione totale della popolazione. Questa cosa ci ha interessato subito perché il nostro lavoro, già allora, era strutturato intorno ad alcuni temi, soprattutto sull’idea di paesaggio.

Il cortometraggio dura venti minuti, eppure si percepisce chiaramente il grande lavoro che c’è dietro. Quali sono le maggiori difficoltà che avete incontrato nel realizzarlo?

Abbiamo avuto difficoltà prima di tutto a trovare i fondi, proprio perché noi non facciamo documentari, di solito, ma la nostra è una riflessione poetica sul paesaggio. Di solito il documentario, che oggi è molto mainstream, semplifica moltissimo il processo. Il fatto di fare un film dove non c’è linguaggio verbale e quello che avviene è tutto evocativo ha comportato anche difficoltà tecniche.

Per esempio? Da un punto di vista pratico, come avete gestito la situazione ambientale di Tuvalu? Come siete riusciti a creare quel senso di continuità e ripetizione, che è poi un aspetto affascinante del cortometraggio?

Sicuramente è stato molto difficile realizzare delle riprese che potessero essere poi mixate l’una con l’altra. Inizialmente doveva essere tutto girato attraverso delle wirecam (che ti permettono di controllare i tempi in maniera millesimale), così da avere minori difficoltà nel momento della post-produzione. Per problemi ambientali, il vento e altri fattori, pur avendo approntato tutte le strutture per tirare i cavi per centinaia di metri, poi la telecamera non era gestibile e quindi abbiamo ridimensionato il progetto dal punto di vista tecnologico scegliendo di usare un drone ma rendendo estremamente complesso il processo di montaggio. Per fortuna le riprese ottenute ci hanno poi consentito di mixare comunque i vari momenti della marea e il senso di estraneamente visivo che provoca, che poi è l’aspetto che ci ha spinto fino a Tuvalu.

Com’è stato il vostro rapporto con le comunità locali? Siete riusciti a coinvolgerli nel vostro progetto?

All’inizio è stato un po’ problematico spiegare ai Tuvaluani che non si trattava di un documentario ma di un’opera di altro tipo, e che non dovevano rispondere a delle domande, come di solito avviene per i documentari tradizionali. Pur avendo spiegato loro l’esigenza di vestire gli stessi abiti, avere le stesse movenze, fare gli stessi percorsi, avere le stesse acconciature, per favorire il mixaggio delle immagini dopo e dare questo senso di continuità, i Tuvaliani non capivano che cosa stessimo facendo. Quindi abbiamo organizzato dei workshop, grazie ai quali abbiamo instaurato un rapporto di fiducia che ha fatto sì che entrassero dentro al progetto, un fatto essenziale per la realizzazione dell’opera, e da li in poi è stato tutto molto più semplice.

Il cortometraggio si chiude con una canzone locale. Che significato ha per voi e perché l’avete scelta?

È una canzone che è stata scelta per raccontare i ritmi, raccontare un po’ se stessa, perché la cultura tuvaliana non ha un’arte visiva ma una cultura musicale molto forte sì. La canzone non è stata scelta per il testo, che noi solo dopo mesi e dopo la post-produzione abbiamo chiesto a un Tuvaluano di spiegarci, perché non ci sembrava interessante l’idea di cantare un significato ma piuttosto quello di cantare un ritmo. Attraverso il ritmo e la musica abbiamo riportato un tempo significante nella quotidianità. Lo sprofondamento nell’acqua della canzone e il suo riverberarsi erano importante per riportare il racconto a una dimensione temporale comprensibile a tutti, perché quello che sta avvenendo sta avvenendo nella realtà, sta avvenendo nel luogo, qui adesso. È una sorta di ritorno al tempo lineare, poetico, non circolare, della loro vita.

 

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