Intervista al regista Gianfranco Rosi

Il concept del suo documentario, "Notturno", le varie fasi di realizzazione, l'importanza della luce

Negli ultimi sette anni, il regista Gianfranco Rosi ha abituato i suoi spettatori a documentari che approcciano i temi sociali in modo profondo e veritiero (Sacro GRA, Fuocoammare).

In “Notturno” (qui la recensione), presentato al London Film Festival, Rosi lascia l’Italia per spostarsi in Medio Oriente, nei territori feriti dalla guerra e dall’Isis. Nonostante l’inevitabilità di relazionarsi con la distruzione causata dalla guerra, qui predominano gli incontri con le persone e le loro vite di tutti i giorni.

“Notturno” ha diviso la critica, ma personalmente questi tableau di persone dimostrano come il prezzo della guerra venga pagato dalle persone comuni. Dalla perdita di un figlio ai danni mentali irreparabili passando per le scene con i bambini, che disegnano il trauma o lavorano per aiutare la famiglia, sono loro la cifra del film.

Nel mio incontro con Rosi è proprio questo l’aspetto che voglio approfondire. Rispetto al processo creativo e alle sue doti come regista, è il documentarista, l’uomo dietro la telecamera, capace di conquistare la fiducia di una donna tanto da lasciarsi riprendere nel suo giorno più triste, quello del funerale del figlio, che mi interessa conoscere.

 

Benvenuto su Parole a Colori.

Grazie.

In una precedente intervista, hai spiegato che il tuo processo creativo è composto da vari passaggi. Ce n’è uno che consideri più importante o che ti piace di più?

Io faccio tutto da solo e ogni passaggio è importante per me però, probabilmente, quello che mi piace di più è quello in cui non filmo, perché è il momento più sincero e reale. Ogni mio film comincia con una domanda, che mi porta a fare tante ricerche, soprattutto delle location dove voglio girare. Forse questa è la fase che mi piace di più perché, mentre faccio ricerche, non riprendo niente con la telecamera ma mi scrivo piccole note per aiutarmi a capire la dimensione generale della realtà che racconto. Questa è anche la fase in cui incontro le persone, creo rapporti con loro, e la gioia di averlo fatto mi accompagna poi per tutto il film. È solo dopo questa fase che inizio a girare, anche se è un passaggio molto doloroso perché nel momento in cui tiri fuori la telecamera le cose cambiano, soprattutto le interazioni con le persone, perché la telecamera ti separa, in un certo senso, da coloro che riprendi.

Come hai lavorato nel caso di “Notturno”, per arrivare a costruire il documentario così come lo vediamo?

In “Notturno” ho girato attraverso uno spazio molto vasto, tra Siria, Iraq, Lebano, tutti posti che sono stati colpiti dall’Isis, anche se quando sono arrivato lì, era un momento di transizione perché l’Isis era in declino. Ero interessato alle zone di conflitto, ma volevo soprattutto trovare luoghi dove incontrare le persone perché quello che mi interessava davvero era esplorare la dimensione umana della guerra e le sue conseguenze e ripercussioni nella vita di tutti i giorni. Quindi, prima ho trovato i luoghi in cui girare e poi, al loro interno, ho cercato le persone che rappresentassero il dolore e le difficoltà che si vivono in questa zona geografica.

È sorprendente come sei riuscito a filmare momenti molto privati della vita di queste persone. Come sei riuscito a guadagnarti la loro fiducia, fino al punto che ti hanno lasciato riprendere questi momenti?

Non c’è una formula universale per creare un rapporto di fiducia con le persone che incontri perché, a seconda dei luoghi e del tempo, hai un tipo di interazione diversa dalle precedenti. In questo film, è stato fondamentale il primo incontro, quando ho scelto le storie che volevo raccontare, ho fissato degli appuntamenti con queste persone e ho spiegato loro che stavo facendo un film e che sarei tornato. La maggior parte delle volte le persone non credono che ritornerai, pensano che sparirai, ma nel momento in cui sono tornato si è creato un rapporto molto forte, basato sul semplice fatto che avevo mantenuto la promessa. In una fase successiva, molto tempo dopo, mi sono accorto che questo gesto è stata la chiave per ottenere la loro fiducia, tanto che come io ho investito molto nel raccontare le loro storie, anche loro hanno investito tanto della loro vita aprendomi le porte dei loro momenti intimi. Penso che il mio dovere come documentarista sia quello di trovare questo momento di profonda intimità, che per me è un po’ la sintesi della vita.

Infatti, trovo che la differenza fra un film e un documentario sia proprio questo incontro con la realtà…

Si, la differenza tra fiction e documentario sta proprio in questo. A me non interessa tanto fare fiction quanto usare il linguaggio del cinema per stare di fronte alla realtà, con consapevolezza e competenza, ed è questo principio che guida le mie scelte etiche.

Dopo tre anni di lavoro in Medio Oriente immagino tu abbia collezionato molto materiale, per cui mi chiedevo, durante la fase di editing, come hai scelto cosa includere e cosa no?

L’editing è quella fase durante la quale sei costretto a confrontarti con tantissimo materiale e devi scrivere tutto, soprattutto nel mio caso perché io non scrivo niente durante le riprese. Per fare questo, è importante pensare tutto al presente, dimenticandoti dell’esperienza che hai avuto durante le riprese o del tempo che hai passato in quei posti, ma anche di aver rischiato la vita. Quando fai editing devi dimenticarti di te e ascoltare la voce di ogni scena e di ogni momento che hai ripreso, accettando il fatto che, la maggior parte delle volte, ti mancheranno cose.

Cosa intendi?

Quando stai girando ti perdi inevitabilmente qualcosa, perché sei impegnato a scegliere inquadrature e lavorare con la luce, aspettando il momento giusto. Naturalmente, questo ti fa perdere molte delle cose che ti stanno intorno, per questo è importante ricordarti che quello che non sei riuscito a filmare, o quello che non metti nell’editing finale, è comunque parte del film. Il film è così perché ci sono tante cose che mi sono perso e tante cose che non ho incluso, e questo è un fatto che un documentarista deve accettare.

Parlando della luce e della sua importanza, vorrei chiudere questa intervista parlando del titolo del tuo documentario. Perché “Notturno”?

Notturno è più che altro un sentimento, uno stato emotivo in cui le cose appaiono e scompaiono, o cambiano. Ho cominciato il film sentendomi molto imbarazzato nell’approcciare quella realtà caratterizzata da tante culture diverse e problematiche, ma con una storia così immensa. All’inizio volevo che il film fosse tutto ambientato di notte, perché di notte puoi evitare di vedere alcune cose, ma poi, più stai al buio, più gli occhi si abituano e inizi a vedere, così mi sono trovato a lavorare con l’idea del crepuscolo, un momento con poca luce, e infine con l’idea di guardare dritto nella luce ma con la protezione delle nuvole o della pioggia, che mi hanno permesso di girare a 360°. Credo “Notturno” riassuma un po’ tutte queste riflessioni.

 

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