Intervista alla regista e sceneggiatrice Francesca Comencini

"Amori che non sanno stare al mondo", i codici che chiariscono i sentimenti, i diritti delle donne

In tanti l’hanno riscoperta per il suo lavoro alla regia in “Gomorra – La serie”. Ad altri, invece, non è sfuggito il suo recente impegno nella lotta per i diritti delle donne, attraverso il movimento Se non ora quando? e il manifesto Dissenso Comune.

Francesca Comencini non ha bisogno di presentazioni, perché a parlare per lei sono da sempre i suoi film, e la passione, la forza e l’impegno con cui si avvicina a ogni progetto.

Nell’ambito del festival Cinema made in Italy, a Londra, ha presentato il suo ultimo lavoro, “Amori che non sanno stare al mondo” (qui la recensione), una tragicommedia dove i sentimenti sono anche l’occasione per riflettere sulle differenze di genere e la difficoltà nel superarle.

Ritratto di Francesca Comencini ©Darren Brade
Incontro Francesca Comencini alla San Domenico House, un elegantissimo hotel nel cuore del quartiere londinese di Chelsea.

 

Innanzitutto grazie per avermi incontrata oggi. Inizio con una domanda di rito: come ci si sente a presentare un film a Cinema Made in Italy, un festival che propone il meglio delle produzioni italiane al pubblico internazionale?

Naturalmente sono felice di averlo presentato qui. Io ho uno strano rapporto con questo tipo di cose, nel senso che non vado mai a presentare i miei film da perché non amo viaggiare. So che fa parte del mestiere, ma è una parte del mio mestiere che non piace, vorrei sempre che i miei lavori parlassero da sé. Ho fatto un’eccezione questa volta perché volevo, innanzitutto, sfidare la paura dell’aereo. Poi mi andava di venire a Londra perché è una città che mi piace molto. È una città importante per far circolare il proprio lavoro quindi se uno deve spostarsi, tanto vale farlo per andare in un posto che ne vale la pena come Londra.

Parlando di “Amori che non sanno stare al mondo”, in una precedente intervista le è stato chiesto se, durante la lavorazione, si fosse posta il problema del soggetto a cui stava parlando col suo film. La sua risposta è interessante. Ha detto che il problema non era tanto a chi comunicare ma riuscire a comunicare qualcosa. Il film affronta molte tematiche. Ce n’era una in particolare che le premeva arrivasse al pubblico?

Ci devo pensare perché in effetti sono tante le cose, però forse la più importante è stata il poter fare un ragionamento sul magma di sentimenti che attengono di più alle viscere, alla pancia. Una specie di operetta ragionata sull’irragionevole.

Che poi è un po’ l’atteggiamento di Claudia nel film…

Sì, assolutamente. Però diciamo che, a differenza di quello che fa Claudia, il ragionamento del film è fatto in una maniera anche politica. Si è cercato di fare un racconto che riguardasse il rapporto tra uomo e donna, di riflettere sulla libertà delle donne, in questo caso codificata nell’amore.

Rimanendo sul tema della comunicazione, della storia lei è sia regista che autrice. Com’è stato lavorare a un suo libro e adattarlo per il grande schermo? In cosa si differenziano i due format, quando si tratta di comunicare il suo messaggio?

Per scrivere una sceneggiatura io parto scrivendo delle note e degli appunti, che a volte possono diventare tanto corposi da somigliare un romanzo. Io inizio da questi appunti e pensieri, scritti in modo molto libero, che mi permettono di approfondire i personaggi. Capita che ci siano passaggi che poi nel film non saranno neppure presenti, ma il lavoro serve per scrivere una sceneggiatura meno superficiale, più profonda. Nel libro di “Amori che non sanno stare al mondo”, ad esempio, ci sono le voci fuori campo dei quattro personaggi principali, Flavio e Claudia e le due ragazze. Queste ultime dal film sono scomparse.

Oggi, però, capita più di frequente di adattare libri scritti da altri…

In questo caso, il lavoro di accumulazione l’ha fatto un altro scrittore! Se si predilige questa strada è perché un libro, nel migliore dei casi, costituisce una base narrativa forte da cui partire per la sceneggiatura.

Ho trovato affascinante la sua scelta di due professori universitari specializzati in letteratura come protagonisti di una storia dove tutti sembrano incapaci di trovare i codici giusti per interpretare e capire l’amore. È stata una scelta voluta?

La scelta dei personaggi è stata voluta e pensata perché, hai usato la parola giusta, la letteratura ci dà dei codici. Per quanto riguarda gli amori, la letteratura è stata una fonte di codici amorosi che hanno consentito di capire quella che è un’esperienza che ci sovrasta. Chiunque noi siamo e qualunque sia il nostro grado di sapienza e maturità, l’amore è una delle esperienze che ci rende più fragili e quindi che rende necessaria la presenza di codici, di testi che in qualche modo ci dettino una chiave di lettura, una rete di sicurezza. Tuttavia, oggi, viviamo una situazione inedita, quella della libertà femminile. Se ci pensi, i codici che ci sono dati sono dettati da un mondo che andava da sé, in cui il posto degli uomini e il posto delle donne andava da sé, ma questa situazione è stata sovvertita, e quindi i codici sono completamente saltati per aria. Questo rende gli innamorati molto più fragili.

Effettivamente questa presenza di codici che descrivono il ruolo dell’uomo e della donna è molto vera, sia nei rapporti di coppia che nei rapporti lavorativi, come l’ambito accademico, e io me ne accorgo per prima, ne faccio esperienza ogni giorno sulla mia pelle…

Però comincia a emergere una società diversa, una soggettività femminile con dei codici rovesciati e quindi anche dei racconti in cui si narra l’emergere di una nuova soggettività femminile che ha taciuto… Purtroppo prima che questi racconti si affermino tanto da diventare dei codici ci vorranno secoli.

La difficoltà di comprendere i nuovi codici si nota soprattutto negli uomini. Anche se si consiglia loro di leggere libri che parlano della soggettività femminile – penso a quelli di Virginia Woolf o Irene Némirovski – sembra esserci una sorta d’incapacità a capire. Cosa ne pensa?

Io sono molto fiduciosa nella capacità… o meglio, no, non sono fiduciosa, però penso che dietro la resistenza degli uomini ci siano dei problemi che non so capire. Penso veramente che il femminismo non sia una forma di pensiero che detesta gli uomini come è stato detto, e se lo è, è sbagliato. Penso che il femminismo sia un’occasione di libertà per tutti e tutte. Detto ciò, è vero che si assiste a una resistenza incredibile da parte degli uomini, anche di quelli che si definiscono femministi. Per esempio, in Italia, di fronte alla violenza sulle donne o a movimenti come #MeToo o Dissenso Comune, gli uomini stanno zitti o non si espongono pubblicamente e questo mi colpisce.

È una delle fondatrici di Se non ora quando?, un movimento che ha come primo scopo quello di valorizzare la libertà, la forza e l’autonomia delle donne in tutti i campi. Cosa ne pensa del “risveglio” dell’opinione pubblica sulla questione delle donne nel mondo del cinema, alimentato anche da movimenti come #MeToo?

Io, innanzitutto, lo non sapevo – nel senso che io faccio la regista da tanti anni e ho praticato il mio lavoro in un altro modo, come tantissime colleghe e colleghi. Non lo sapevo nel senso che i comportamenti di cui parliamo sono comportamenti vecchi, seppure diffusi in tutto il mondo. Bisogna ricordare con forza che sono comportamenti da pessimi film degli anni cinquanta, comportamenti che nessuno dovrebbe più aver voglia di adottare. Io lavoro da venticinque anni, con le difficoltà di cui abbiamo già parlato. Pensa che il 90,7% dei film italiani sono diretti da uomini, una percentuale altissima. È chiaro che una donna deve fare veramente molta fatica per affermarsi. Nonostante questo, bisogna tenere presente che, per quanto frequenti siano questi fenomeni di violenza siano, non sono la modernità, sono veramente vecchi e spero che lo diventeranno anche nella pratica, che potranno un giorno essere definitivamente messi in “cantina”.

E come pensa che le cose possano cambiare oggi o potranno cambiare in futuro per le donne nel mondo cinema, ma anche in altre professioni?

In Italia, con altre 140 tra attrici e addetta ai lavori abbiamo scritto il manifesto di Dissenso Comune per dire proprio questo: voi credete che quella situazione sia il senso comune, ma le donne vivono e lavorano in un altro modo. Ecco perché i codici sono importanti, per ribaltare il racconto dei media, che raccontano sempre la storia alla vecchia maniera, portando a pensare che la situazione “comune” sia quella, quando nella pratica non lo è. Raccontare questo è importantissimo, dunque noi di Dissenso Comune abbiamo lavorato e stiamo continuando a lavorare per ottenere dei punti nel mondo del cinema, insistendo sulla necessità di mettere in correlazione le cose. Io credo che gli abusi avvengano perché le donne sono ancora troppo poche sia nel mondo del cinema che nel mondo del lavoro in generale. C’è la sensazione che le donne debbano chiedere il permesso e questo è un problema. Credo che la vera battaglia sia incentivare in ogni modo la creatività e la presenza delle donne nel cinema, per cambiare le percentuali.

Qualcuno ha malignamente commentato che in tante hanno firmato in modo anonimo per paura di ritorsioni e soprattutto di non avere più lavoro. Lei cosa ne dice? 

Questa è una critica molto maschilista, perché in realtà molte delle donne che hanno firmato, come me, non aspettano che un uomo le faccia lavorare. Il lavoro, io, me lo sono preso da sola, senza paura di nessuno. Facendo questa critica è come se venisse dato per scontato che una donna, per poter lavorare, debba avere il faire valoir di un maschio anche se non è già più così. Per esempio, alla Berlinale, l’Italia è stata rappresentata da un solo film diretto da una giovane regista, Laura Dispoli, che si è portata sulle spalle il fatto di essere là in rappresentanza del suo paese di fronte al resto del mondo. Quindi, qual è il permesso che questa donna deve chiedere? Come vedi, la narrazione delle donne nel mondo del cinema è già rovesciata, è già cambiata, ma per rendercene conto c’è bisogno di codici e di una narrazione che non abbiamo ancora.

Prima di lasciarci, sta già lavorando a qualche nuovo progetto?

Sì, alla quarta stagione di “Gomorra”.

Grazie mille per il suo tempo.

Grazie a voi.

 

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Bolognese di nascita, cittadina del mondo per scelta, rifugge la sedentarietà muovendosi tra l’Inghilterra (dove vive e studia da anni), la Cina, l’Italia e altre nazioni europee. Amante della lasagna bolognese, si oppone fermamente alla visione progressista che ne ha la signorina Lotti, che vorrebbe l’aggiunta della mozzarella. Appassionata di storie, nel tempo libero ama leggere, scrivere, guardare serie TV e film, e partecipare a quanti più eventi culturali possibile.

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