Intervista alla scrittrice Patrizia Rinaldi

L'8 maggio esce il nuovo capitolo della serie della poliziotta Blanca, "La danza dei veleni"

Patrizia Rinaldi vive e lavora a Napoli. Come dice lei stessa nella biografia che potete trovare sul suo sito, da qualche anno scrive e basta. Prima si è laureata in Filosofia, si è specializzata in scrittura teatrale, ha partecipato per diversi anni a progetti letterari presso l’Istituto penale minorile di Nisida, ha curato incontri di lettura e scrittura per ragazzi. E ovviamente ha scritto.

Nel 2016 ha vinto il Premio Andersen Mi­glior Scrittore, e nel 2017 si è ripetuta, aggiundicandosi il Premio Andersen nella categoria Miglior libro a fumetti con la graphic novel, realizzata insieme a Marco Paci, “La compagnia dei soli“, edita da Sinnos.

Patrizia Rinaldi unisce la scrittura per ragazzi a quella per adulti. La storia della poliziotta ipovedente Blanca ha appassionato i lettori e si appresta a sbarcare anche sul piccolo schermo. Dopo “Blanca“, “Tre, nu­mero imperfetto” e “Rosso caldo“, tutti editi da E/O, uscirà l’8 maggio il nuovo capitolo della serie, La danza dei veleni.

Abbiamo parlato con lei di questo progetto ma anche dei suoi libri per ragazzi nella nostra intervista.

 

Ciao Patrizia. L’8 maggio arriva in libreria “La danza dei veleni”, il nuovo capitolo della serie con protagonista la poliziotta ipovedente Blanca. Prima di tutto ti chiedo, com’è stato tornare a scrivere questa storia? Hai sempre saputo che dopo le prime tre indagini ce ne sarebbe stata una quarta?

Sapevo che avrei voluto continuare a scrivere di Blanca, ma sapevo anche che avevo necessità di allontanarmi da lei per un po’. Ho perciò scritto altri due romanzi, sempre per le Edizioni E/O: “Ma già prima di giugno” e “La figlia maschio“. Tornare da Blanca mi ha dato grande soddisfazione.

Il personaggio di Blanca, per le sue caratteristiche, è sicuramente una rarità nella letteratura poliziesca, che pullula di detective tormentati ma quasi “super-eroici”. Cosa ti ha spinta a immaginare una paladina della giustizia come lei? C’è stato qualche modello in particolare a cui ti sei ispirata?

Il nome della protagonista viene da “Il tempo di Blanca” di Marcela Serrano, soprattutto dall’incipit del romanzo, dove l’autrice afferma che solo gli occhi ci possono proteggere dalla solitudine, perché solo loro ci consentono di leggere. La mia Blanca è l’esatto contrario di un super-eroe: ha qualcosa in meno, la vista, e non ha nessun potere speciale. Eppure è proprio il suo limite che diventa risorsa. Racconto di una fragilità che sa organizzarsi in forza, nel desiderio di comprendere la realtà con gli altri sensi, che si acuiscono in un conato di impegno e di volontà.

Il messaggio di fondo è che non necessariamente si deve essere belli, forti e perfetti, per essere bravi in qualcosa? E che magari anche un’apparente debolezza può rivelarsi un punto di forza?

Sì, la perfezione, nonostante sia inesistente, continua a essere sopravvalutata.

Senza lasciarci andare a troppe anticipazioni, cosa dobbiamo aspettarci da “La danza dei veleni”? Insieme a Blanca ritroveremo anche alcuni dei personaggi che abbiamo già incontrato – e apprezzato – nei primi tre romanzi. E poi l’ambientazione napoletana, che per certi versi mi ha fatto venire in mente i gialli di Maurizio de Giovanni…

I coprotagonisti di Blanca sono restati e anche l’ambientazione nella mia terra: i Campi Flegrei (dal greco flègo, ardo). Vivo da che sono nata sui crateri più pericolosi d’Europa, difficile dimenticarli. La Napoli bellissima di De Giovanni è vicina alla mia, ma diversa. Come si sa, Napoli ha cento e cento vite.

Prima di dedicarti alla scrittura a tempo pieno hai insegnato in realtà svantaggiate e ancora oggi organizzi laboratori letterari nei quartieri cosiddetti “a rischio”. Quanto hanno inciso queste esperienze nella tua scelta di non scrivere solo per gli adulti ma anche per bambini e ragazzi?

Scrivere per bambini e ragazzi è una mia esigenza autentica e appassionata. Il loro mondo mi affascina, mi convince, mi suggerisce la responsabilità della speranza, che quando scrivo per adulti non ho.

Nel 2017 hai vinto il Premio Andersen con la graphic novel “La compagnia dei soli”, edita da Sinnos, di cui è poi uscito anche un sequel, “Il regno dei disertori”. Protagonisti sono ragazzi ribelli, irregolari, quasi corpi estranei nel mondo che abitano. Nonostante la storia sia ambientata in un lontano Medioevo mi ha fatto pensare parecchio al presente, ai mali della società contemporanea che sembra aver dimenticato come si ascoltano – e si supportano – i giovani. Tu cosa ne pensi? Volevi raccontare qualcosa del presente, con questa bella distopia?

“La compagnia dei Soli” è una storia che ho voluto molto. Della Passarelli, Federico Appel e tutta la Sinnos l’hanno accolta con generosità e con un ottimo lavoro di squadra. Avevo l’esigenza di raccontare la guerra ai bambini, volevo farlo senza sconti di riduzione del dramma, ma anche in una prospettiva che mediasse l’impatto emotivo. Perciò ho scelto di ambientare il racconto in questa specie di Medioevo immaginario dove la guerra è cruda, ma si ammanta di epica.

Per “La compagnia dei soli” e “Il regno dei disertori” hai lavorato con Marco Paci, che ha illustrato la tua storia. Com’è stato il rapporto con lui? E in generale quanto pensi che siano importanti immagini e illustrazioni calzanti, per rendere davvero incisivo un libro per ragazzi? La storia passa anche attraverso le immagini, e non solo attraverso le parole?

Marco Paci è un disegnatore di grande talento: il libro è nostro, gli immaginari si sono affiancati in un unico risultato. In una graphic è fondamentale che avvenga un incontro riuscito tra parole e disegni, altrimenti la storia non funziona. Con Marco mi trovo particolarmente bene: il suo modo di disegnare domina colori e movimento in maniera davvero originale.

Scrittura per adulti e scrittura per ragazzi: da chi le pratica entrambe quali diresti che sono le differenze? In pratica è la stessa cosa, si seguono sempre le stesse regole, oppure pubblici di riferimenti diversi richiedono approcci al lavoro diversi?

Sono un’autrice fortunata: le mie case editrici di riferimento, Sinnos ed E/O, mi lasciano libera di seguire suggestioni diverse. La scrittura è sempre la stessa, come l’esigenza di raccontare proprio quella storia e non un’altra. Il linguaggio, la trama e i personaggi devono essere rispettosi del lettore. Se mi rivolgo a un pubblico di adolescenti, per esempio, ho maggiore cura nello studio delle tematiche, della lingua. A loro affido la mia parte risolta e la speranza, che è sentimento difficile e prezioso.

Oggi in Italia si legge sempre di meno, ma i dati registrano un’inversione di tendenza soprattutto tra i giovani. Pensi che “un libro salverà il mondo”? Che attraverso la narrativa si possa ancora comunicare qualcosa ai ragazzi, tanto immersi oggi nel mondo digitale e dei social? E soprattutto, quando scrivi per i giovani avverti una certa responsabilità – che magari nella tua produzione “maggiore” è meno forte?

La lettura della narrativa si insegna, né più né meno della matematica. Saper leggere bene è un’occasione conoscitiva che tutte le figure professionali, impegnate nella diffusione delle letterature, non possono trascurare. Tutti noi contribuiamo a formare i lettori: è una responsabilità molto forte.

Prima di lasciarci, una domanda sui tuoi progetti futuri. “La danza dei veleni” uscirà l’8 maggio, e sarai anche al Salone del libro per presentarlo. E poi? Stai già lavorando a qualche nuova opera – per grandi o per piccini? Cosa dobbiamo aspettarci da Patrizia Rinaldi in futuro?

Al Salone, presso lo stand delle Edizioni E/O, l’11 maggio alle 16.00 è previsto il firmacopie. Sarà un vero piacere incontrare i lettori. Il giorno prima, il 10, dalle ore 11.00 sarò allo stand Sinnos con Marco Paci e la nostra Compagnia. Nel prossimo futuro ci sarà una serie televisiva che avrà come protagonista Blanca e poi a breve tornerò a scrivere per i ragazzi. Senza di loro non so stare.