Jake Gyllenhaal: “Negli Stati Uniti di oggi c’è sempre più bisogno di storie”

Nel suo Incontro Ravvicinato l'attore americano ha raccontato esperienze sul set e film preferiti

La star di questa edizione della Festa del cinema di Roma è sicuramente lui, Jake Gyllenhaal, che dopo non essersi concesso nuovamente al red carpet, ha incontrato il pubblico che ha affollato la Sala Sinopoli dell’Auditorium Parco della Musica.

Sguardo attento e sorriso sornione, Gyllenhaal non ha deluso il suo pubblico, raccontando i passi salienti della sua carriera a partire da “Donnie Darko”, film cult che nel 2001 lo ha reso celebre al grande pubblico.

“Il successo di questo film penso dipenda da più livelli. C’è sicuramente l’aspetto fantascientifico, e poi c’è una storia umana che va al di la delle convenzioni, fuori dalle righe, e penso che questo sia la spiegazione: quando qualcuno riesce a provare un’emozione, un’empatia. Poi è stato anche antesignano: basta una manciata di persone che pensano sia cult e il film lo diventa, per non parlare del fatto che se finanziariamente e commercialmente non va bene, questo basta per definirlo cult.”

L’attore che si dice propenso a tutti i generi, affascinato dall’esperienza umana, dall’inconscio, racconta l’esperienza “militare” nel film di Sam Mendes, “Jarhead”.

“Non avevo esperienze militari però due dei miei amici di infanzia più cari erano marines. Mendes ci ha tenuti due settimane in una specie di addestramento, vivevamo tutti insieme come se fossimo un gruppo, abbiamo fatto un’esperienza analoga a quella reale che mi ha preparato anche a montare e smontare l’N16 e a ripetere quella litania, quel discorso tipico in situazioni del genere. E poi essendo Sam Mendes un regista teatrale ci ha fatto prove per un mese e questa è una cosa che non avevo mai fatto, ed è stato utilissimo per entrare nel personaggio e capirlo.”

L’applauso più caloroso della serata si leva quando, sul grande schermo alle sue spalle, iniziano a scorrere le immagini de “I segreti di Brokeback Mountain”, il film di Ang Lee che nel 2005 lo ha reso più famoso. Una pellicola a quei tempi rivoluzionaria, perché, con estrema naturalezza, mostrava, per la prima volta, al pubblico mainstream, l’omosessualità, raccontando l’amore incredibile tra due cowboy del Wyoming.

“Io credo che sia il sogno di ogni attore poter lavorare con Ang Lee e quando ho sentito che c’era in lavorazione un suo nuovo film ho subito voluto entrare a far parte del progetto. Ricordo che quando ho letto per la prima volta la sceneggiature ho pianto, mi ha commosso. Tutto si giocava nel trovare la giusta combinazione tra gli attori e so che molti avevano timore di questo progetto e lui voleva solo una combinazione che potesse funzionare ed evidentemente con me e Heath (Ledger) funzionava. Molti mi chiedono se percepissi il rischio di fare questo film, se avessi una qualche remora. Ma io non ragiono in questo modo, a me è sembrata sin da subito “solo” una storia d’amore. E così l’ho valutata, senza pregiudizi.”

E alla domanda se tuttora ad Hollywood sia un rischio interpretare un amore omosessuale Jake risponde.

“Certo, a quel tempo le storie che parlavano di omosessualità non erano tante, almeno nella cultura pop. Oggi molto è cambiato, anche se negli Stati Uniti non è chiaro cosa stia succedendo, l’attualità è caratterizzata da un grande grado di confusione, ci sono delle paure, è in atto un decadimento culturale. Tutto questo mi fa credere maggiormente nei miei valori e mi spinge a raccontare sempre più storie. Oggi siamo pronti ad accettare ciò che sappiamo essere giusto. E con “giusto” intendo semplicemente l’amore tra due persone.”

Tra i successi più recenti c’è sicuramente “Animali notturni” di Tom Ford, pellicola che l’anno scorso l’ha portato a Venezia.

“Io penso sia una storia di cuori infranti, una metafora di ciò che ti accade quando ti si spezza il cuore. Tom Ford ricerca sicuramente la bellezza, il valore estetico senza mai trascurare però la sua identità, la sua visione. È un regista che va molto nel profondo, non si ferma alla superficie. La chiave del suo cinema ma anche della moda che rappresenta è la sua verità, la sua genuinità.”

Il film del suo cuore? È italiano e porta la firma di Federico Fellini.

La Strada ha un posto speciale nel mio cuore perché è stato proprio questo film a convincere mio padre che la sua strada fosse quella del cinema. Se lui non avesse sviluppato il suo amore per il cinema tramite questo film non lo avrei sviluppato nemmeno io. Tra l’altro sono straordinari i racconti di come quest’opera sia stato realizzato, di come sia difficile fare un film che si vuole fare quando a crederci sei solo tu. Questa combinazione tra profondo dolore e commedia e quest’elemento di artisti da circo, in cui mi ritrovo molto, completano le caratteristiche e la particolarità di questo film.”

 

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Campana doc, si laurea in scienze delle comunicazioni all'Università degli studi di Salerno. Internauta curiosa e disperata, appassionata di cinema e serie tv, pallavolista in pensione, si augura sempre di fare con passione ciò che ama e di amare fortemente ciò che fa.

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