Kafka sulla spiaggia, Murakami

Un ragazzo di quindici anni, maturo e determinato come un adulto, e un vecchio con l’ingenuità e il candore di un bambino, si allontanano dallo stesso quartiere di Tokyo diretti allo stesso luogo, Takamatsu, nel Sud del Giappone. Il ragazzo, che ha scelto come pseudonimo Kafka, è in fuga dal padre, uno scultore geniale e satanico, e dalla sua profezia, che riecheggia quella di Edipo. Il vecchio, Nakata, fugge invece dalla scena di un delitto sconvolgente nel quale è stato coinvolto contro la sua volontà. Abbandonata la sua vita tranquilla e fantastica, fatta di piccole abitudini quotidiane e rallegrata da animate conversazioni con i gatti, dei quali parla e capisce la lingua, parte per il Sud. Nel corso del viaggio, Nakata scopre di essere chiamato a svolgere un compito, anche a prezzo della propria vita. Seguendo percorsi paralleli, che non tarderanno a sovrapporsi, il vecchio e il ragazzo avanzano nella nebbia dell’incomprensibile schivando numerosi ostacoli, ognuno proteso verso un obiettivo che ignora ma che rappresenterà il compimento del proprio destino. Diversi personaggi affiancano i due protagonisti: Hoshino, un giovane camionista di irresistibile simpatia; l’affascinante signora Saeki, ferma nel ricordo di un passato lontano; Òshima, l’androgino custode di una biblioteca; una splendida prostituta che fa sesso citando Hegel; e poi i gatti, che sovente rubano la scena agli umani. E infine Kafka. “Uno spirito solitario che vaga lungo la riva dell’assurdo”.

Kafka sulla spiaggia

I libri di Murakami Haruki sono tra i più difficili da recensire, almeno per me. Nelle sue storie c’è un confine sottile tra realtà e sogno, tra verità e immaginazione.

Anche se i personaggi sono plausibili – potrebbero benissimo essere persone normali, che vivono nella casa accanto alla nostra -, chi legge sa sin dall’inizio che ci sarà qualcosa che spingerà la storia più avanti della realtà, che queste persone verosimili si riveleranno speciali, che accadranno loro cose speciali, incredibili, per certi versi magiche. Che la realtà del libro si dimostrerà essere diversa da quella che conosciamo, capace di espandersi in direzioni e dimensioni differenti.

Il lettore ha delle sensazioni, prima di leggere Murakami. E le sue aspettative (le mie) non vengono tradite nemmeno da questo libro – Kafka sulla spiaggia – pubblicato per la prima volta nel 2002 e uscito in edizione italiana nel 2008.

La storia del giovane Tamura Kafka, scappato di casa e da un padre che non viene inquadrato molto bene, ma si capisce non essere propriamente una persona per bene, e quella del vecchio Nakata e del suo accompagnatore improvvisato Hoshino hanno tutte le caratteristiche per essere verosimili… se non fosse per una serie di inserti incredibili.

Pesci che cadono dal cielo, luoghi a metà strada tra il mondo e l’aldilà; il fantasma di una ragazza di 15 anni, una pietra che si fa pesante e cela l’entrata per non si sa quale mondo. E non ci dimentichiamo dei gatti parlanti, dei soldati nella foresta e dello strano caso dei bambini caduti addormentati durante la guerra (ma poi, questa guerra, c’è stata? Non c’è stata?).

La storia di questo libro intesse sulla vita quotidiana  – banale, comprensibile – dei fili di assurdo e di incredibile. Ed è questo che la rende unica.

Quando si parla di Murakami, per quanto possa essere complicato scrivere una recensione coerente, non si può non tirare in ballo anche il senso d’inquietudine. Quello che trasmettono tutte le sue trame, quello che emerge da questa interconnesione tra i mondi, tra i tempi, tra quello che è e quello che – razionalmente parlando – sappiamo che non dovrebbe o non potrebbe essere.

Kafka sulla spiaggia è inquietante perché è fatto di una serie di fatti, di coincidenze, di situazioni quasi paranormali. E inspiegabili. E, ovviamente, inspiegate. E mentre leggi tutto questo sai benissimo che non ti verrà fornita nessuna risposta, nemmeno nel finale. L’inspiegabile ti si srotola davanti agli occhi e sta solo a te, se ci riesci, darti delle risposte.

C’è qualcosa di inquietante nel fatto che lo scrittore non ci dia nessuna indicazione di senso, che non ci indichi cosa pensare. E c’è qualcosa d’inquietante nel fatto che tutti questi fatti così strani vengano ambientati qui e ora, che vengano resi – in qualche modo – verosimili. Non è un sogno e non è un mondo totalmente di fantasia, quindi chi ci dice che qualcosa di simile non potrebbe essere avvenuto/avvenire davvero?

 

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