“L’atelier”: un workshop di scrittura per confrontarsi con presente e passato

Laurent Cantet racconta la situazione francese - ed europea - tra contraddizioni e solitudine

Un film di Laurent Cantet. Con Marina Foïs, Matthieu Lucci, Warda Rammach, Issam Talbi, Florian Beaujean. Drammatico, 114′. Francia 2017

La Ciotat, nel Sud della Francia. Antoine partecipa a un workshop estivo in cui un gruppo di giovani selezionati lavora alla scrittura di un soggetto di un romanzo thriller con l’assistenza di Olivia, un’importante scrittrice. Il processo creativo cerca di fare riferimento anche al passato industriale della città ma questo si rivela un argomento molto distante dagli interessi di Antoine il quale in breve tempo manifesta le proprie tensioni non nascondendo più le sue idee razziste.

 

Esistono ancora luoghi fisici dove i giovani possano confrontarsi, discutere, entrare in contatto senza ricorrere al mondo parallelo dei social? Come possiamo evitare che un ragazzo annoiato, introverso, senza stimoli diventi preda di movimenti estremisti e populisti?

Sono alcune delle domande che noi adulti del nuovo millennio ci poniamo, trovando sempre più difficile capire il mondo giovanile.

“L’atelier” di Laurent Cantet prova a dare delle risposte, utilizzando l’escamotage drammaturgico di un workshop di scrittura creativa organizzato da Olivia (Fois) a beneficio di alcuni adolescenti di La Ciotat, cittadina nel sud della Francia un tempo famosa per i cantieri navali, oggi in piena crisi economica.

L’workshop si trasforma ben presto in un dibattito sul passato della città, su quanto questo abbia determinato il presente e stia condizionando anche il futuro di chi ci vive. E si allarga poi a tematiche come l’immigrazione e la tolleranza – o intolleranza – religiosa.

Gli sceneggiatori, attraverso il personaggio di Antonie (magistralmente interpretato dal bravo e carismatico Mathieu Lucci), rendono esplicito le contraddizioni e difficoltà di un adolescente nella Francia odierna, tra minori opportunità di lavoro e solitudine.

Il confronto/scontro di Antonie con i compagni di corso e successivamente con Olivia mostrano in modo tangibile quanto la situazione francese e più in generale quella europea siano problematiche ed esplosive, colpa anche delle politiche sociali ed economiche degli ultimi trent’anni.

Il protagonista, presentato inizialmente come elemento di disturbo all’interno del microcosmo del workshop, si mostra nella seconda parte del film per ciò che è davvero: una vittima infelice e incompresa della situazione.

Il film ha un impianto narrativo e uno stile registico più teatrali che cinematografici, e perde col passare dei minuti ritmo e brillantezza, facendo diminuire la concentrazione del pubblico.

Il finale dimostra comunque che soltanto attraverso il dialogo è possibile invertire la tendenza d’imbarbarimento sociale e consentire, anche al ragazzo più introverso e problematico, di vedere che esiste un’alternativa positiva alla violenza fisica e verbale.

 

Il biglietto da acquistare per “L’atelier” è:
Nemmeno regalato. Omaggio. Di pomeriggio (con riserva). Ridotto. Sempre.

 

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È nato in Sicilia, ma vive a Roma dal 1989. È un proprietario terriero e d’immobili. Dopo aver ottenuto la maturità classica nel 1995, ha gestito i beni e l’azienda agrumicola di famiglia fino al dicembre 2012. Nel Gennaio 2013 ha aperto il suo blog, che è stato letto da 15.000 persone e visitato da 92 paesi nei 5 continenti. “Essere Melvin” è il suo primo romanzo.

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