“La libertà non deve morire in mare”: la speranza si è fermata a Lampedusa

La docu-fiction di Alfredo Lo Piero tocca le corde più intime del cuore dello spettatore, senza attori

Un film di Alfredo Lo Piero. Docu-fiction, 77′. Italia 2018

Il film vuole far luce sull’orrore che spinge i migranti a rischiare la loro vita in mare per approdare sulle coste Europee e far capire la grandezza d’animo che, chi vive a Lampedusa, dimostra ogni giorno venendo in aiuto di queste persone.

 

Il tema dell’immigrazione, nel nostro Paese, si è trasformato in uno scontro becero tra due schieramenti animati più dal desiderio di insultare e delegittimare l’altra parte che di esprimere posizioni ragionate. Il tutto “giocando” sulla pelle di uomini, donne e bambini colpevoli solo di scappare dall’orrore e dalla morte.

La maggioranza degli italiani è davvero composta da razzisti? Da quando abbiamo smesso di pensare, limitandoci a voler difendere il nostro piccolo orticello? Esiste un’altra Italia, persone capaci di riflettere e soprattutto relazionarsi con l’immigrato utilizzando ragione e cuore anziché istinti primordiali?

La docu-fiction di Alfredo Lo Piero “La libertà non deve morire in mare” offre allo spettatore l’opportunità di riscoprire e apprezzare una minoranza silenziosa di italiani, che vive e lavora sull’isola di Lampedusa, cuore del Mediterraneo, da oltre vent’anni avamposto della tragica emergenza migratoria e umanitaria. “La pietas italica si è fermata a Lampedusa”, parafrasando amaramente il titolo del romanzo di Carlo Levi.

Il viaggio catartico voluto da Lo Piero inizia fin dalla struttura della docu-fiction, dove non ci sono attori che recitano ma solo gli abitanti dell’isola, che raccontano la loro esperienza. Sono testimonianze sincere, autentiche, toccanti pronunciate da persone comuni che pur trovandosi nel pieno di una tragedia umanitaria non hanno esitato un momento nel disperato tentativo di salvare più vite possibili.

Le parole, la commozione, i turbamenti sono più efficaci per lo spettatore di qualsiasi accurata, e costosa, ricostruzione cinematografica. Eppure il regista, volendo dare il colpo di grazia alle coscienze opache e ai cuori induristi degli spettatori, inserisce alcune riprese di salvataggi compiuti dalla Guarda Costiera, che lasciano straziati e ammutoliti.

Ci sono poi stralci di interviste al dottor Piero Bartolo e alla psicologa Caterina Famularo, che si sforzano di far capire la vera natura del famigerato e pericolosissimo clandestino, agli ufficiali della Guarda Costiera e al portavoce di Amnesty International, che sottolineano quanto realtà e notizie sui social e sui media si discostino.

“La libertà non deve morire in mare” buca lo schermo, creando un’immediata connessione emotiva e narrativa con il pubblico. Impossibile non notare lo stridente contrasto tra la cornice naturale bellissima di Lampedusa e il dramma che quotidianamente ci si svolge.

Sono 916.000 gli immigrati giunti negli ultimi 25 anni in Europa, 35.000 sono quelli salvati dalla Guarda Costiera italiana negli ultimi venti. 20.000 le vittime del Mar Mediterraneo. I numeri parlano da soli.

Citando l’intensa e spietata conclusione del film, lasciata alle parole del pescatore Giacomo: “Il mare non è altro che il mare. E il mare non uccide. Uccide il freddo. Uccide la tempesta. Uccidono le barchette malconce di legno. Uccide chi per avidità le riempie di poveri disgraziati. E prima ancora uccide chi ci guadagna e chi fa finta di nulla voltandosi dall’altra parte”.

Non resta che sperare che, dopo aver visto “La libertà non deve morire in mare”, qualche coscienza possa destarsi dal letargo.

 

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