“La stagione della caccia”: storia siciliana di ieri e di oggi

Roan Johnson dirige l'adattamento del romanzo storico di Camilleri, per "C'era una volta Vigata"

Un film di Roan Johnson. Con Francesco Scianna, Miriam Dalmazio, Donatella Finocchiaro, Tommaso Ragno, Ninni Bruschetta, Giorgio Marchesi, Alessio Vassallo, Alice Canzonieri. Film tv. Italia, 114′

 

Neanche il tempo di “digerire” i due episodi della serie del Commissario Montalbano – e in Rai di festeggiare per i record di ascolti – ed ecco che arriva “La stagione della caccia”, il secondo appuntamento con “C’era una volta Vigata” e i romanzi storici di Camilleri.

Il pubblico sui social ha dimostrato già in diretta di apprezzare questo adattamento del romanzo omonimo uscito nel 1992. E nonostante i dati numerici di share dimostrino che “La mossa del cavallo”, andato in onda lo scorso anno, abbia fatto meglio, la qualità di ciò che abbiamo visto ci fa pensare che, qualche volta, anche i dati possano sbagliare.

Da siciliano e da appassionato dei romanzi storici di Camilleri posso dire che la Palomar, produttrice insieme a RaiFiction, dopo dodici mesi di riflessione, ha trovato la quadra per portare con successo sul piccolo schermo anche questo genere.

Se vi ricordate, infatti, “La mossa del cavallo” non mi aveva convinto particolarmente, lo avevo trovato eccessivo, caricato, e tutto sommato lontano dall’anima dell’originale.

La scelta di mettere il toscano Roan Johnson (Piuma, I delitti del BarLume) al timone si è dimostrata vincente. Fin dalle prime scene di capisce che il regista ha trovato il giusto stile e tono per trasferire sullo schermo le intenzioni dello scrittore.

Con “La stagione della caccia” si ha davvero la sensazione di tornare indietro nel tempo, nella Sicilia di fine Ottocento. Una Sicilia che si potrebbe avere la tentazione di considerare scomparsa e superata, ma che in realtà lo spettatore più attento potrà ritrovare anche nella regione del 2019.

Il film risulta una convincente via di mezzo tra “Il gattopardo” e “Dieci piccoli indiani”. Si tratta di una storia di omicidi e vendetta, ma anche di un modo di pensare, della filosofia e dello spirito siciliano dell’epoca, di quel “tutto cambia per non cambiare niente”.

Un racconto carico di detti e non detti, di suggestioni e motivi – dalla condizione della donna alla ricerca spasmodica del figlio maschio da parte del protagonista. E poi le scene inerenti alla caccia e ai circoli, dove erano gli uomini, a differenza di quello che si pensa comunemente, a spettegolare.

L’impostazione strutturale e narrativa de “La stagione della caccia” porta a immergersi nel mondo e nella filosofia della Sicilia dell’epoca ogni spettatore. Facendolo sorridere, e talvolta stupire delle dinamiche universali che attraversano il piccolo mondo di Vigata.

Roan Johnson è stato capace di leggere in profondità l’opera di Camilleri e di coordinare un cast artistico in evidente stato di grazia, capace di calarsi nei rispettivi personaggi e dargli umanità e profondità. Se Francesco Scianna fa il suo, con disinvoltura, come Alfonso ‘Fofò’ La Matina, sono gli altri a emergere.

Tra tutti ci sentiamo di sottolineare la prova di Tommaso Ragno, straordinario nel doppio ruolo del marchese Filippo da giovane e da adulto e del fratello “americano”, maschio all’antica, traditore e geloso della moglie al contempo. Il suo contraltare è Ninni Buschetta, padre Macaluso, una via di mezzo tra Don Abbondio e Don Camillo, timoroso e battagliero.

Anche le donne non sono da meno. Miriam Dalmazio (la marchesina ‘Ntontò), che scena dopo scena appare come una sorta di Penelope di classica memoria, e Donatella Finocchiaro (Donna Matilde), una madre stanca di essere considerata solo una fattrice.

“La stagione della caccia” è un film che parla di amore, di vendetta, di riscatto e di incompiutezza. E proprio la scena che a molti è apparsa fuorviante o strampalata, quella del reo confesso, possiamo dire che racchiude l’essenza ultima dell’uomo siciliano.

Per amore, per orgoglio o per difendere la propria dignità è capace di compiere qualsiasi azione. Ma una volta raggiunto l’obiettivo, paradossalmente, molla la presa, perché… si è già rotto la minchia.

 

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