“La vita davanti a sé”: un’opera moderata, una Sophia Loren immensa

Edoardo Ponti dirige la madre nell'adattamento del romanzo omonimo di Romain Gary

Un film di Edoardo Ponti. Con Sophia Loren, Renato Carpentieri, Massimiliano Rossi, Abril Zamora, 
Babak Karim. Drammatico, 90′. Italia, USA 2020

Bari vecchia, crocevia di etnie e di culture. Mohammed detto Momo ha 12 anni ed è immigrato in Italia dal Senegal con la mamma quando era piccolo. Ma sua madre è morta e Momo viene affidato a un medico, il dottor Cohen, che non sa come prendersi cura di lui. Un giorno il ragazzino borseggia al mercato una donna anziana, Madame Rosa, rubandole due candelabri d’argento, ma il dottor Cohen lo scopre e gli chiede di riportare il maltolto. E approfitta per chiedere a Rosa, che conosce da anni, di accogliere Momo in casa sua, insieme ai figli delle prostitute di cui la donna è stata un tempo collega. È l’inizio di una convivenza travagliata, in cui c’è in gioco la reciproca fiducia fra un’anziana che ne ha passate tante e un ragazzino che non crede più a nessuno.

 

Adattamento del romanzo omonimo del 1975 dell’autore francese Romain Gary – già portato sul grande schermo nel 1977 da Moshé Mizrahi –, “La vita davanti a sé” racconta la storia di Madame Rosa (Loren), un’anziana ex prostituta ebrea che nel suo appartamento si prende cura dei figli delle immigrate clandestine che si vendono per strada.

Spostando l’ambientazione della storia da Parigi a Bari vecchia, Edoardo Ponti si affida, per la terza volta, al volto e al talento iconico di sua madre, Sophia Loren, per mettere in scena una storia di tolleranza, amicizia, condivisione ed inclusione.

E a 86 anni, la stella del cinema nostrano riesce con maestria a dare volto e anima al suo personaggio, regalandoci un’interpretazione intensa di una donna che porta sul corpo e negli occhi tutto il peso dell’Olocausto.

“La vita davanti a sé” è un’opera moderata che non eccede mai in scene particolarmente drammatiche. I temi universali vengono qui affrontati in modo molto lineare e con una certa classicità. Interessante, invece, è lo sguardo all’ambiente dove i due protagonisti vivono, osservato attraverso gli occhi irriverenti di Momo (Gueye).

E tenero risulta anche l’incontro tra queste due persone diverse per età, estrazione sociale e cultura che, in qualche modo, si riconoscono. Il senso del film sta proprio nell’evoluzione stessa dell’idea di casa e di famiglia: la prima diventa il luogo dove si viene accettati incondizionatamente; la seconda il gruppo di individui che dà significato alla nostra vita.

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