“Lahi, Hayop”: un film politico e pessimista, che racconta gli ultimi

Lav Diaz dirige un film in bianco e nero, dal ritmo molto lento ma comunque coinvolgente

Un film di Lav Diaz. Con Bart Guingona, Nanding Josef, Hazel Orencio, Joel Saracho, Noel Sto. Domingo. Drammatico, 150′. Filippine 2020

Bardo, Paulo e Andres lavorano in una miniera. Paulo, fervente cattolico di buon cuore, è un vecchio amico di Bardo e quindi tende a perdonare l’avidità e l’egoismo di quest’ultimo, che si accanisce in particolare sul giovane e introverso Andres, bersagliato dalla malasorte. Quando si recano nell’isola Hugaw, luogo al centro di leggende e maldicenze, cresce la tensione tra i tre.

 

Il regista filippino Lav Diaz torna in laguna, stavolta per competere nella sezione Orizzonti, con “Lahi, Hayop” (Genus Pan), un film che mostra i tratti tipici della sua cinematografia: bianco e nero, andamento lentissimo e critica sociale.

Devo precisare che due ore e trentasette minuti non sono niente per Diaz, cultore dello slow cinema, i cui precedenti lavori hanno toccato picchi anche di otto, nove e dieci ore. Questo film, per lui, è quasi un cortometraggio, e ne siamo immensamente grati.

Tre minatori viaggiano insieme in una foresta, accompagnati dal soffiare del vento tra gli alberi e dallo scorrere dell’acqua nei ruscelli. Poi, finalmente, qualcosa accade (“Evviva!”, esclama lo spettatore) e mette in moto un meccanismo di violenza e corruzione che svela la vera essenza del film.

Ed è una realtà triste, senza speranza, in cui gli oppressori schiacciano e gli oppressi soccombono, in un gioco di forza tra miserabili che non produce veri vincitori, perché tutti si affannano inesorabilmente nella stessa miseria. Per alcuni di loro proviamo pietà e per altri disgusto.

Ci stupiamo, così, di essere stati coinvolti dalla storia – che la strategia di Diaz sia efficace, dopotutto? Per questo il dubbio, anzi, il rimpianto, si fa più acuto: con un ritmo più sostenuto e dei tempi più brevi “Lahi, Hayop” avrebbe potuto essere un capolavoro. E invece ci va solo vicino, rimanendo incastrato nella categoria “classico film da festival” di cui è l’indiscusso re (silenzi, lentezza, natura). Un gran peccato, a parer mio, ma considerata la cinematografia di Diaz forse a lui va benissimo così.

 

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