“La Mans ’66 – La grande sfida”: motori ruggenti e buoni sentimenti

Un classico film americano d'azione e sport, con un buon Matt Damon e un credibile Christian Bale

Un film di James Mangold. Con Christian Bale, Matt Damon, Jon Bernthal, Caitriona Balfe,  Noah Jupe, Paul Sparks. Azione, 152′. USA 2019

Nel 1963 la Ford Motor Company contatta Enzo Ferrari per un possibile acquisto, ma l’italiano interrompe presto i rapporti. Henry Ford II non perdona questo rifiuto e incinta il suo team, composto da ingegneri e designer, a costruire un’automobile più veloce, in grado di sconfiggere il Cavallino Rosso nella corsa di Le Mans del ’66. A capo della squadra di ingegneri incaricati di realizzare il prototipo c’è il visionario Carroll Shelby, costretto da una patologia cardiaca ad abbandonare le corse. Shelby ha anche l’uomo giusto da mettere al volante della nuova auto: il suo collaudatore Ken Miles, un pilota inglese dal temperamento focoso, ma dotato di gran talento. Insieme i due uomini combattono contro le interferenze dell’azienda per creare un modello che rivoluzioni le leggi della fisica e riesca a superare la Ferrari…

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Motori ruggenti, polvere e sudore, buoni sentimenti e una contrapposizione manichea – e fastidiosa – tra “buoni” e “cattivi”: “Le Mans ’66” di James Mangold è il classico film americano di macchine e azione.

Un film piacevole, girato bene e tutto sommato coinvolgente (anche se un po’ troppo lungo), ma non indimenticabile. Il problema è che la storia, vera, di Ken Miles e Carroll Shelby e della loro sfida per costruire una macchina Ford che potesse battere la Ferrari viene raccontata da un punto di vista che non ha niente di particolare.

Prendiamo “Rush” di Ron Howard – difficile non pensare a questo film, volendo fare un confronto con un precedente recente del genere biopic sportivo. Sarà stato forse un po’ troppo sopra le righe, ma almeno restava impresso!

“Le Mans ’66”, invece, è il classico film a stelle e strisce come se ne vedono decine: storia di riscatto, ambizioni, colonna sonora rockeggiante che ricorda quella di blockbuster come “Ocean’s Eleven”. E ovviamente contrapposizione tra “buoni” (gli americani di Shelby) e “cattivi” (il team Ferrari, poi Leo Beebe).

Io questa necessità degli sceneggiatori americani di costruire le loro storie come contrapposizioni di due schieramenti non la capirò mai – oppure sì, in linea teorica la capisco, perché vuole ispirare nel pubblico un sentimento patriottico, un senso di appartenenza, portarlo a sentirsi fiero di essere born in the U.S.A. La capisco, ma non essendo io americana, la trovo fastidiosa.

Si possono raccontare storie di sport e di rivalità anche senza spingere il pubblico a parteggiare per forza per una delle due parti, si può lasciarlo libero di scegliere. In questo caso, invece, Enzo Ferrari e la sua squadra vengono caricati di una serie di elementi negativi al limite del grottesco, e non ce n’era bisogno – anche perché, americani belli, non è che tolta la parentesi degli anni ’60 abbiate poi brillato nel mondo delle corse automobilistiche.

Detto questo, Matt Damon è bravo e abbastanza intenso, insopportabile soltanto quando parla con la gomma da masticare in bocca; Christian Bale interpreta un ruolo che sembra essergli cucito addosso, quello del padre di famiglia dal brutto carattere e dai pressanti guai economici, dotato però di grande talento nel suo campo e grande determinazione.

Il finale, drammatico e toccante, anche se imprevedibile soltanto per chi – come me – non aveva idea di come fossero andati davvero i fatti, risolleva leggermente le sorti di “Le Mans ’66”, che comunque resta un film discreto ma niente di più.