Lettera aperta al direttore Alberto Barbera: “Il buco” e i buchi

Il film di Michelangelo Frammartino precipita lo spettatore in una voragine... di noia

Un film di Michelangelo Frammartino. Con Paolo Cossi, Jacopo Elia, Denise Trombin,
Nicola Lanza, Antonio Lanza, Leonardo Larocca, Claudia Candusso, Mila Costi, Carlos Jose Crespo.
Drammatico, 93′. Italia, Francia, Germania 2021

Durante il boom economico degli anni Sessanta, l’edificio più alto d’Europa (il grattacielo Pirelli a Milano) viene costruito nel prospero Nord Italia. All’altra estremità del paese, un gruppo di giovani speleologi esplora la grotta più profonda d’Europa nell’incontaminato entroterra calabrese. Si raggiunge, per la prima volta, il fondo dell’Abisso del Bifurto, a 683 metri di profondità. L’avventura degli intrusi passa inosservata agli abitanti di un piccolo paese vicino, ma non al vecchio pastore dell’altopiano del Pollino la cui vita solitaria comincia ad intrecciarsi con il viaggio del gruppo. Il buco racconta di una bellezza naturale che lascia senza parole e sfiora il mistico; una esplorazione attraverso le profondità sconosciute della vita e della natura che mette in parallelo due grandi viaggi interiori.

 

Era nell’aria, sentivo che era soltanto questione di ore. Ero certo che la scintilla decisiva sarebbe arrivata, come sempre, dalla sala. Quindi grazie di cuore al regista Michelangelo Frammartino e alla sceneggiatrice Giovanna Giuliani per aver scelto “Il buco” come titolo del loro film, presentato in concorso a Venezia 78.

Un sincero ringraziamento anche al direttore Alberto Barbera per averlo selezionato. Perché stavolta non nutro alcun dubbio o incertezza, nello scrivere la mia recensione. Stavolta non è in atto dentro di me nessuna crisi. 

Il caro direttore è riuscito nel “capolavoro” di centrare in pochi giorni una serie impressionante di buchi – organizzativi, logistici, sanitari e, alla fine, anche artistico. Ma procediamo con calma e ordine. 

 

1. IL BUCO ARTISTICO

La palma va di diritto al suddetto film di Frammartino, che rappresenta alla perfezione il detto latino Nomen omen. Lo spettatore viene risucchiato per oltre novanta minuti dentro una voragine drammaturgica, stilistica, recitativa, senza riuscire a trovare neanche il più piccolo appiglio a cui aggrapparsi per non cadere… nel sonno.

“Il buco” porta al cinema una storia vera: la coraggiosa spedizione compiuta nel 1961 da un gruppo di giovani speleologi che per la prima volta esplorò la grotta più profonda d’Europa, l’Abisso del Bifurto nel Parco del Pollino, in Calabria. La vicenda avrebbe meritato passione e pathos, elementi che purtroppo latitano del tutto. 

“Il buco” è un film piatto e monocorde, sia nello stile che nei toni. Una sequenza estenuante di luoghi, personaggi e suoni che presi singolarmente sono anche curiosi e affascinanti, ma nell’insieme formano un caotico quanto noioso esercizio di stile del regista. 

Lo spettatore si sforza di trovare uno stimolo e/o motivo d’attenzione nella bella e magnetica fotografia, ma anche quella dopo mezz’ora appare irritante e respingente.

Un classico “film da Festival” (anche insignito del Premio speciale della giuria), che tutti i critici dicono di aver apprezzato semplicemente perché durante la proiezione hanno dormito oppure perché hanno ripiegato sui commenti positivi non volendo ammettere di non averci capito davvero niente.

 

2. IL BUCO DEI NUMERI E DEGLI ACCREDITATI

Un anno fa i vertici della Mostra del cinema decisero di “buttare il cuore oltre l’ostacolo”, organizzando Venezia 77 in presenza, nonostante la pandemia, applicando un rigido e rigoroso protocollo sanitario. Una scelta che tante volte abbiamo celebrato in questi mesi.

Un anno dopo, purtroppo, il Covid non ha ancora alzato bandiera bianca. Stando ai comunicati, Venezia 78 viene confermata seguendo lo schema dello scorsa edizione. E tutti gli inviati, me compreso, salgono sul treno sicuri di andare ad abitare dentro una bolla sicura. Peccato che la bolla rischi di scoppiare, per eccesso di ospiti! 

La situazione si è mostrata chiara fin dal primo giorno, il 31 agosto. La collega Federica Rizzo ha dovuto aspettare oltre due ore in coda, per poter ritirare l’accredito. Qualcuno, di fila, ne ha fatta anche tre ore. Abbiamo sperato che i ritardi fossero dovuti ai controlli serrati, ma la realtà è ben diversa: il numero di accreditati, rispetto al 2020, è triplicato. E un sistema valido per 100 persone non necessariamente si mantiene tale per 300… 

 

3. IL BUCO DELLE PRENOTAZIONI

La tecnologia, il progresso, i cambiamenti (in meglio) sono sempre ben accetti. E la pandemia ha almeno avuto il pregio di aprire la strada alle prenotazioni online – e in questo senso, Venezia ha fatto da apripista. Addio file e piedi gonfi, benvenuto Boxol.

Boxol è come quelle persone che da lontano ti sembrano cortesi, belle, affidabili, ma se poi ti avvicini e le conosci meglio… Nel 2020, manco a dirlo, l’esperienza di prenotazione era stata semplice. Nel 2021 una catastrofe, con colleghi prede, nell’ordine, di crisi di nervi, pianti incontrollati, scatti d’ira, senso d’inadeguatezza.

Non ci sentiamo di addossare tutte le colpe al “reparto tecnico” – certo, se per dodici giorni si riscontra un certo tipo di problematica, forse pensare a qualche soluzione aiuterebbe il benessere generale. Perché anche in questo caso la rigidità dei criteri di prenotazione, soprattutto a livello di tempistica, che si devono alla “cabina di regia” è degna dei migliori sadici da film horror.  

 

4. IL BUCO COVID

Per gli organizzatori di Venezia 78, per le forze dell’ordine e le autorità sanitarie il Covid19 va arginato nelle sale, in sala stampa e nelle aree del Festival. Invece all’esterno (specialmente nel tratto tra l’Hotel Excelior e il molo di attracco delle star) tutto a posto. Lì assembramenti e calca sono consentiti. 

 

Non voglio aggiungere altro, caro direttore Barbera. Noi continuiamo a vigilare e a tenere gli occhi aperti, nonostante i “buchi” soporiferi proposti in concorso.