Libri al cinema: Il tamburo di latta

di Rosalba D’Adamo

 

Il tamburo di latta, libro, film

 

È scomparso di recente Günter Grass, lo scrittore simbolo della Germania del dopoguerra che ha diviso critici e pubblico con la sua opera, lasciandoci comunque una testimonianza esemplare della società tedesca dal 1920 alla fine della Seconda guerra mondiale.

“Divenni famoso a trentadue anni. E da allora abbiamo la Fama come sotto-inquilina. Sta dappertutto, è molto fastidiosa e la si può ignorare solo a fatica. È una monella a volte tronfia, a volte senza vita. I visitatori credono di venire a cercare me, ma appena entrati si guardano attorno perché è lei che in realtà vogliono vedere. Solo perché assedia la mia scrivania inutilmente, io ho deciso di portarla con me nel mondo della politica, dandole un impiego come maestra di cerimonie: una cosa che lei sa fare molto bene.”

Ecco quello che scrisse Grass dell’enorme successo ottenuto dal suo romanzo di esordio, “Il tamburo di latta”, uscito nel 1959, e che lo ha consacrato come autore di primo piano anche fuori dai confini nazionali.

Ne parleremo nella nostra rubrica Libri al cinema, che si concentra sugli adattamenti romanzeschi per il grande schermo.

Oskar Matzerath il nano racconta la sua vita, segnata da un incidente domestico che ne arresta la crescita all’età di tre anni. Le vicende leggendarie rievocano la nemesi familiare, a partire dalla figura della nonna “con quattro gonne” che concepisce la madre di Oskar mentre nasconde un vagabondo che scappa dalle guardie.

Si passa poi al matrimonio “doublè” della madre, che amerà per tutta la vita un cugino – e la relazione, peraltro, sarà accettata dal marito ufficiale -, alla vita a Danzica, ai rapporti di Oskar Matzerath con gli altri ragazzini per le strade del quartiere, e altre stranezze.

Il libro è scoppiettante, denso e fragoroso. Sembra quasi di sentire le urla di Oskar che, ad arte, provoca la rottura dei vetri per ottenere ciò che vuole quando scopre di possedere questo dono soprannaturale.

Lo scrittore ci restituisce le dinamiche della società tedesca della prima metà del XX secolo attraverso gli occhi del protagonista, un semi-adulto, una persona non completamente cresciuta e alla quale si può quindi perdonare una certa impermeabilità alla realtà. La narrazione di Oskar è la narrazione del bambino, quasi a voler giustificare la mancanza di opposizione al regime inquadrandola nella semplice inconsapevolezza infantile.

Il film, ottimo cast e una costruzione attenta, si concentra ancor più dello scritto sul vissuto personale di Oskar, lasciando ai margini la realtà dell’epoca. La situazione circostante trapela soltanto in alcuni passaggi, le prese di posizione del padre militante, l’avvicinamento di Oskar a un gruppo di acrobati, come lui nani, che diventano “vedette” di regime, e nelle ultime scene dove, all’arrivo dei Russi, Danzica viene espugnata e la componente etnica tedesca costretta all’esodo.

Oskar seppellirà definitivamente il suo tamburo di latta il giorno della morte del padre e riprenderà la crescita da dove si era interrotta. E questo ultimo gesto simboleggia la presa di coscienza del popolo tedesco nei confronti del nazismo.