Marco D’Amore: “Gomorra”, le serie tv, il teatro e il mondo post-Covid

L'attore campano protagonista di uno dei panel del Go FeST!, la maratona online dedicata alle serie

Stefano Boeri, presidente della Triennale, e Marco D’Amore, protagonista di “Gomorra – La serie” e, al cinema, de “L’Immortale”, hanno dialogato in occasione del Go FeST!, l’evento online che si è tenuto ieri, 3 maggio.

Si è parlato del rapporto tra cinema e serie tv, di teatro ma anche dei cambiamenti che l’attuale pandemia porterà nel mondo dello spettacolo.

 

“L’immortale”, il film di cui sei regista, candidato anche ai David di Donatello, è una sorta di lungo episodio che si interpone tra le stagioni di “Gomorra”. Credo sia l’esempio più concreto della staffetta tra cinema e serie-tv.

Devo dire che il progetto de “L’immortale” è davvero unico nel suo genere, nel panorama dell’audiovisivo, perché non è né uno spin off né un prequel o un sequel ma si propone come il primo grande progetto cross-mediale tra il cinema è la televisione. È un film a sé stante, e lo conferma la presenza in sala di persone che non hanno mai visto la serie, ma resta a tutti gli effetti un capitolo di “Gomorra”.

Possiamo dire, quindi, che siamo di fronte a una sorta di esperimento narrativo che si differenzia dai precedenti – penso ad esempio a “Fuoco cammina con me” di David Lynch, che doveva essere una sorta di prequel di “Twin Peaks” che però non fu all’altezza della serie. “L’immortale”, invece, diventa un tassello fondamentale della narrazione e ha l’intento di accompagnare lo spettatore verso quella che sarà “Gomorra 5”.

Matteo Garrone è stato il primo a trasformare in immagini il romanzo di Roberto Saviano. Poi è arrivata la serie televisiva. Mi piacerebbe capire com’è nato il rapporto tra te e gli altri autori, partendo dalla trasposizione del libro di Saviano. Da dove è iniziata la ricerca delle origini della narrazione?

Sia il film che la serie si basano sul romanzo che è riuscito a mischiare due generi, quello purissimo dell’inchiesta giornalistica e la fiction. Seguendo questi due binari ci si rende conto che l’indagine è inesauribile, il che si adatta perfettamente al racconto seriale, che riesce anche a rimanere al passo con il racconto contemporaneo della quotidianità. Guardandola da questo punto di vista, “Gomorra – La serie” può essere definita una radiografia dei nostri tempi che a volte riesce addirittura ad anticiparne le dinamiche.

A pensarci bene le serie TV contemporanee sarebbero perfette proiettate al cinema. Nel silenzio e nel buio della sala, la visione avrebbe sicuramente un impatto differente rispetto a quello che ha in televisione. Cosa ne pensi?

L’Immortale nasce proprio con l’intenzione di ripetere l’esperienza già proposta con i primi due episodi di “Gomorra”, che credo possa essere considerata tra le prime serie ad essere state portate al cinema. Personalmente non mi piace fare una distinzione tra il cinema e le serie TV: credo che l’arte vada ragionata sui contenuti e sulle persone a cui si parla.

Parliamo adesso dell’esperimento di trasformazione che hai fatto a teatro con il testo “American Buffalo” di David Mamet.

Ritengo che Mamet non sia definibile semplicemente come scrittore: è un pedagoga tra gli scrittori, e in oltre 50 anni di carriera è riuscito a misurarsi tra cinematografica televisiva e teatrale. Il suo “American Buffalo” è il racconto di disgraziati che si uniscono nella piccola botteguccia di un rigattiere e provano a recuperare questo American Buffalo, che una monetina che è stata sottratta al rigattiere, mettendo su un colpo. Mi sono permesso di tradurre il testo in napoletano perché lo stesso Mamet utilizza una lingua metropolitana che è molto vicino al dialetto, per la passione che esprime e anche per la sua volgarità. Avevo bisogno quindi di utilizzare una lingua che non fosse intellettuale ma di strada e considerando che il napoletano è la più grande lingua teatrale del ‘900, grazie anche alle competenze di Maurizio De Giovanni, abbiamo tradotto “American Buffalo” in napoletano e devo dire che la musicalità di quella lingua, la sua capacità di essere diretti, ha giovato al testo che con la seconda rilettura è sembrato addirittura rinnovato.

A proposito di teatro, come ti immagini il futuro prossimo? Cosa si può fare affinché il teatro continui a esserci, e non scompaia come forma di intrattenimento, dopo la pandemia?

Questi sono tempi in cui tra attori, registi e amministratori degli spazi teatrali si discute tanto e tutti diamo per assodata la necessità della comunità di poter godere di un certo tipo di bellezza, che secondo me allontana l’essere umano dall’animale. L’arte in ogni sua forma rende l’essere umano esclusivo. Da allievo e da spettatore mi sono imbattuto diverse volte in registi che hanno saputo sfruttare “spazi non teatrali” per le loro rappresentazioni, quindi forse, soprattutto considerando che andiamo incontro all’estate, si potrebbe pensare di sfruttare degli spazi non convenzionali per mettere in scena opere teatrali. Questo servirebbe a dare un segnale, a ridare credibilità al lavoro che fanno certe maestranze che spesso vengono poco considerate.

 

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