“Mi chiamo Francesco Totti”: il racconto sincero di un campione

Il docu-film di Alex Infascelli è pop e di stampo teatrale, tutto cuore e nessuna pretesa di obiettività

Un film di Alex Infascelli. Con Francesco Totti. Documentario, 101′. Italia 2020

Il giorno prima dell’ultimo atto da calciatore professionista Francesco Totti, campione del mondo 2006 e bandiera della Roma, ripercorre la sua vita e trova la forza di dire addio.

 

Maggio 2017. È la notte che precede il suo addio al calcio e il capitano della AS Roma, Francesco Totti, ripercorre tutta la sua vita, da quando era solo un ragazzino con la passione del calcio, senza dimenticare la famiglia, l’amore, gli amici. Totti è solo sulla scena, lo stadio Olimpico è il suo palcoscenico.

“Mi chiamo Francesco Totti”, il docu-film evento di Alex Infascelli, che vedremo al cinema il 19, 20 e 21 ottobre, è un racconto molto teatrale. Tecnicamente parlando, rimanda agli altri lavori del regista: riesce a essere lo specchio del suo protagonista ma è anche molto personale.

Il racconto di Totti ci porta indietro negli anni, ripercorrendo le tappe fondamentali della sua carriera calcistica, in un viaggio che attraversa l’Italia del calcio dagli anni ‘90 a oggi. Ma questo è anche e soprattutto il racconto di una città, Roma, di cui Totti è stato per anni simbolo ed emblema.

Profondamente interessato all’umanità dell’uomo Francesco dietro il campione, Infascelli realizza un film evocativo, lineare, sentito, con immagini di repertorio e con la sola voce di Totti che si racconta come in un flusso di coscienza.

Un’opera pop che attraverso la storia della nascita e della caduta del “mito” mette in gioco l’idea di talento e di destino, senza timore di risultare schierata a favore del suo eroe e contro coloro che hanno tentato, a torto o a ragione, di tarpargli le ali. “Sto tempo è passato. Pure pe’ voi però”, afferma Totti, rivolgendosi direttamente al suo pubblico.

Ed è questo il senso più profondo del docu-film: la storia di Francesco Totti finisce per divenire la storia di tutti, in un senso di familiarità ed identificazione che rendono l’ex numero 10 romanista simbolo di un’Italia che sogna, si diverte e spera, con leggerezza, nel futuro.

 

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