“Peter Rabbit”: dai racconti di Beatrix Potter, un coniglio tutto nuovo

Per gli inglesi è un fallimento, ma nel film di Will Gluck, che unisce CGI e live action, c'è del buono

Un film di Will Gluck. Con James Corden, Nicola Savino, Daisy Ridley, Rose Byrne, Elizabeth Debicki. Commedia, 93′. Australia, USA, Gran Bretagna, 2018

Peter Rabbit e le sue sorelle, rimasti orfani dopo la morte della mamma, si rimediano da vivere rubando gli ortaggi dal giardino del burbero signor McGregor, che ha ucciso in passato il loro papà. Quando McGregor viene meno, stroncato da un infarto, i conigli si illudono di poter finalmente mettere le zampe sul suo prezioso orto. Ma l’eredità finisce al nipote dell’anziano, un ragazzo di città che odia gli animali e che, con grande disappunto di Peter, fa subito breccia nel cuore della sua amica umana Bea, la vicina di casa. Per i conigli tanto basta per aprire nuove ostilità.

 

Quando Walt Disney, nel lontano 1936, propose di adattare per il grande schermo “Il racconto di Peter Coniglio“, la risposta di Beatrix Potter fu decisa: no, grazie.

Nel corso della sua vita l’autrice britannica esercitò un ferreo controllo sui prodotti che prendevano le mosse dai suoi lavori (e a differenza di Pamela Lyndon Travers, mamma di “Mary Poppins“, non cambiò mai posizione a riguardo), ragion per cui il film “Peter Rabbit” dell’americano Will Gluck non avrebbe mai avuto il suo benestare. I biografi non hanno dubbi a riguardo.

In Gran Bretagna le reazioni sono state scandalizzate sin dall’uscita del primo trailer. Il film è stato definito “unfunny and uncanny“, per niente divertente e inspiegabile, ma in senso negativo, un disastro, la rovina di un personaggio amatissimo, un incidente di percorso.

Quello che si imputa alla pellicola di Gluck è il suo aver voluto aggiornare un personaggio nato a inizio Novecento – 1902, per l’esattezza -, trasformandolo da coniglietto candido ed educato in una sorta di teppista che maneggia esplosivi e fa twerking, travolge gli altri animali e lancia foglie di lattuga come fossero banconote in uno strip club.

Sono le regole del mercato cinematografico, ragazzi. I bambini di oggi sono abituati agli animali parlanti e si divertono ancora, con storie bucoliche di questo tipo, ma non vedono niente di male se i personaggi si comportano come persone, e hanno comportamenti “sconvenienti”. Gli adulti – soprattutto inglesi – che sono cresciuti con i racconti della Potter probabilmente molto meno.

Guardando al nuovo “Peter Rabbit” con gli occhi di una mamma italiana – che i libri della Potter ha iniziato a conoscerli solo di recente – non riesco a provare questo senso di lesa maestà. Il film è divertente, probabilmente non un capolavoro del genere ma comunque non un abominio.

Il mix tra CGI e live action funziona; le scene sono colorate, belle da vedere. La sceneggiatura è semplice, a prova di bambino, ma comunque piacevole da seguire.

I messaggi che cerca di veicolare – non solo l’importanza delle radici e della famiglia, ma il rispetto e l’amore per la natura, per la diversità, per l’equilibrio tra uomini e animali, tra specie differenti – sono positivi.

Insomma, Beatrix Potter probabilmente avrebbe strappato la sceneggiatura dopo aver letto solo un paio di righe, ma il pubblico – soprattutto a livello internazionale – potrebbe apprezzare questo nuovo Peter, che lotta per la sua terra come un novello Pellerossa pronto a scacciare gli invasori. Con esiti meno drammatici, off course!

 

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Giornalista per passione e professione. Mamma e moglie giramondo. Senese doc, adesso vive a Londra, ma negli ultimi anni è passata per Torino, per la Bay area californiana, per Milano. Iscritta all'albo dei professionisti dal 1 aprile 2015, ama i libri, il cinema, l'arte e lo sport.

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