“Prendre le large”: cambiare vita a Tangeri

Un film che denuncia lo stato del mondo del lavoro di oggi, tra delocalizzazione e perdita dei valori

Un film di Gaël Morel. Con Sandrine Bonnaire, Mouna Fettou, Kamal El Amri, Ilian Bergala, Farida Ouchani. Drammatico, 103’. Francia, 2017

La vita di Edith, operaia tessile, cambia radicalmente quando l’azienda per cui ha sempre lavorato decide di delocalizzare in Marocco. Di fronte alla prospettiva della disoccupazione, con un figlio lontano e senza altri legami, Edith decide di accettare il trasferimento a Tangeri. La vita nella nuova fabbrica e l’adattamento in un paese sconosciuto non sono facili, ma Edith trova conforto nell’amicizia di Mina, la proprietaria della pensione in cui alloggia. Grazie a questo legame, la vita di Edith prende una nuova piega.

 

La globalizzazione, da fenomeno salutato come salvatore del mondo, ha finito per sconvolgere il mercato del lavoro, silenziando i sindacati, riducendo a carta straccia gli statuti dei lavoratori, facendo apparire moderate le politiche economiche di Ronald Reagan e Margaret Thatcher.

Il posto fisso è ormai diventato un’utopia e la decantata flessibilità si è trasformata in una nuova forma di schiavitù. Sembra di essere, paradossalmente, tornati indietro nel tempo.

Se tante colpe vanno attribuite ai governi, anche il cambiamento in peggio della forma mentis del lavoratore è un elemento da non sottovalutare. L’etica del lavoro, lo spirito di sacrificio, la volontà di far bene nel proprio piccolo sono oggi valori quasi estinti.

“Prendre le large” (Catch the wind) di Gaël Morel, presentato nella Selezione Ufficiale della Festa del cinema di Roma, mostra in modo schietto e crudo la disinvoltura e spregiudicatezza delle grandi aziende, che con la scusa di essere competitive sui mercati internazionali, scaricano i propri errori gestionali sugli operai, ricorrendo alla delocalizzazione degli stabilimenti nei paesi dell’est, in Asia o in Africa.

Ma il film non è solo una denuncia della situazione attuale, è anche un manifesto, quasi rivoluzionario per i nostri tempi, di come dovrebbe essere moralmente e professionalmente un lavoratore. Un manifesto che ha il volto straordinario di Sandrine Bonnaire.

“Prendre le large” perde purtroppo incisività e forza nella seconda parte, virando sul racconto della sfera privata e familiare della protagonista e facendo così scemare l’interesse e il coinvolgimento di chi guarda.

Nonostante questo, la pellicola risulta verace, umana e con quel sapore antico che merita di essere assaporato, fosse solo per ricordare ai lavoratori di tutto il mondo che, tra i tanti diritti, esistono anche dei doveri.

 

Il biglietto da acquistare per “Prendre le large” è:
Nemmeno regalato. Omaggio. Di pomeriggio. Ridotto. Sempre. 

 

Previous article“Love means zero”: la storia della leggenda vivente Nik Bollettieri
Next articleLettera ad Alice… nella città: “Giants don’t exist” e “End of summers”
È nato in Sicilia, ma vive a Roma dal 1989. È un proprietario terriero e d’immobili. Dopo aver ottenuto la maturità classica nel 1995, ha gestito i beni e l’azienda agrumicola di famiglia fino al dicembre 2012. Nel Gennaio 2013 ha aperto il suo blog, che è stato letto da 15.000 persone e visitato da 92 paesi nei 5 continenti. “Essere Melvin” è il suo primo romanzo.

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here