“Psychosia”: un film visivamente potente che però non graffia

Le immagini sono spettacolari ma la sceneggiatura è troppo semplice e i dialoghi poco d'impatto

Un film di Marie Grahtø. Con Lisa Carlehed, Victoria Carmen Sonne, Trine Dyrholm,  Bebiane Ivalo Kreutzmann. Thriller, 87′. Danimarca, Finlandia 2019

Viktoria è una singolare ricercatrice nel campo del suicidio, estremamente autodisciplinata, che viene invitata in un reparto psichiatrico per curare Jenny, una paziente con tendenze suicide. Nel corso di intime conversazioni notturne si crea tra loro un forte legame. Per la prima volta nella sua vita, Viktoria si apre e entra in stretto contatto con un’altra persona. Ma più le due donne si avvicinano, più diventa chiaro che non tutto è come sembra.

 

Il nuovo film di Marie Grahtø, “Psychosia”, presentato alla Settimana della critica di Venezia 2019, è una contraddizione in termini – e purtroppo trovare unità quando elementi tanto diversi si combinano non è mai facile.

A una fotografia potente e a delle immagini spettacolari si giustappongono dialoghi brevi e a tratti persino inutili. Alla volontà di costruire un racconto psicologico intenso e strutturalmente complesso, una sceneggiatura semplice, davvero troppo semplice.

Le premesse ricordano “Persona” di Ingmar Bergman, ma poi “Psychosia” percorre strade molto diverse. In generale, le premesse sono molto forti ma poi vengono male sviluppate.  Alcune scene sono memorabili, visivamente stupende, ma non comunicano di per sé più di quanto riesca a comunicare il film nella sua interezza.

Si ha la sensazione di trovarsi davanti a un’occasione persa, a un bellissimo esperimento per i direttori della fotografia, un cast discretamente bravo, ma una storia che viene meno proprio sul più bello.

 

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