Scrittura-terapia: le regole per una pratica sana e benefica

I Greci hanno inventato la tecnica in età classica, gli autori del Novecento l’hanno perfezionato

di Chiara Bonelli

 

L’uomo ha avvertito sin dagli albori della sua storia – prima ancora che la scrittura venisse inventata, in Mesopotamia intorno al 4000 a.C. -, la necessità di comunicare, di raccontare storie e lasciare una traccia di sé e delle sue imprese.

Insieme a questa forma di scrittura “per gli altri” ne è andata affermandosi nel corso del tempo una seconda, speculare, che possiamo chiamare “per se stessi” e che se svolta con costanza, come una forma di esercizio, può trasformarsi in sana abitudine e persino in terapia.

Il merito della nascita di questa tecnica di auto-analisi è degli antichi Greci, che per primi sperimentarono i benefici del raccontarsi a se stessi, ma la sua diffusione massiccia risale al Novecento, alle opere di autori come Italo Svevo che, attraverso lo scritto, hanno cercato di esorcizzare o almeno mettere a fuoco il cosiddetto “male di vivere”.

Oggi anche la scrittura terapeutica si è evoluta, seguendo le nuove tendenze e le nuove tecnologie, e spostandosi spesso dalla carta al web. Le forme, però, restano le stesse.

La più diffusa e consigliata è sicuramente il diario, che permette di confrontarsi con i propri demoni al sicuro dagli sguardi altrui, di analizzare quello che ci turba senza timore di essere giudicati. C’è chi invece preferisce il racconto, per mettere maggiore distanza tra se stesso e il problema, oppure la lettera, dove ci si immagina un destinatario/ascoltatore.

Qualsiasi forma si decida di usare, ci sono alcune regole di base da seguire, perché la scrittura possa dirsi terapeutica e avere un impatto positivo.

  • Scrivere con costanza, più volte durante la settimana oppure una volta al giorno, magari dedicando all’attività un momento preciso;
  • Scrivere di getto, senza soffermarsi troppo sulla forma. Non state scrivendo un tema scolastico che sarà giudicato, nessuno interverrà con la penna rossa per segnalare gli orrori di ortografia o sintassi;
  • Scrivere in modo sincero, cercando di non nascondere nulla e di non fingere;
  • Iniziare dal “problema” per passare poi a un’analisi puntuale e alla ricerca di una possibile soluzione;
  • Non esprimere giudizi verso le proprie azioni e il proprio operato, ma concedersi il beneficio del dubbio;
  • Tenere presente che anche se la scrittura è uno sfogo terapeutico questa non deve mai sostituire completamente il dialogo e il confronto con gli altri.

 

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