Ne abbiamo parlato qualche tempo fa, riportando e analizzando una lettera di Elena Ferrante datata 1991: l’anonimato può essersi rivelato una scelta vincente in termini di interesse attorno ai libri e al personaggio – anche oltre le aspettative della stessa autrice, che ha deciso di non rivelare il suo nome, a quanto dice, per una questione di privacy e non per calcolo –, ma il successo della Ferrante non può essere legato solo a questo. Le belle recensioni, l’entusiasmo soprattutto per il suo stile hanno poco a che vedere con le polemiche, con i misteri.

Dopo aver letto “L’amica geniale“, primo capitolo della tetralogia, mi sono presa una pausa prima di tornare nel mondo di Elena e Lila, nella storia della loro controversa amicizia e del loro sviluppo come persone. Poi l’ho fatto. Ho aperto Storia del nuovo cognome, temendo magari anche un pochino che la magia del primo romanzo, superata l’infanzia delle protagoniste, non si verificasse di nuovo. Sono stata ancora una volta rapita.

Il nome scritto in copertina conta poco o niente, da questo punto di vista: è lo stile di quella che conosciamo come Elena Ferrante che è magico, unico, incredibile. Il modo in cui viene raccontata questa storia ti cattura nel profondo, ti colpisce pagina dopo pagina, rende la lettura di ogni riga speciale.

Lila si è sposata a 16 anni, solo per rendersi conto che il marito Stefano non è affatto quello che pensava. Elena continua a studiare e a vivere all’ombra dell’amica, anche se cerca con tutte le sue forze di uscirne, o quanto meno è quello che afferma a più riprese.

Personalmente, anche in questo secondo capitolo, tanto ho amato Lila, tanto mi è risultata antipatica Elena. Non che non si vedano, pagina dopo pagina, i difetti e i passi falsi della prima: Lila è spesso preda dei sentimenti e del momento; non si piega alle convenzioni, al marito, alle regole non scritte della famiglia e del rione; vuol fare di testa sua.

E al contempo, come le rinfaccia anche Nino quando la passione tra i due inizia a spegnersi, è volgare, anche se cerca di risultare colta, ha maniere non adatte alla società fuori dai vicoli della Napoli dove è cresciuta. È sbagliata, nei modi, nelle reazioni, nelle parole. È anche cattiva, e lo si vede. È egoista, è pazza.

Lila ha un sacco di difetti, eppure non si può non apprezzarla. Perché sembra sempre così vera, così diversa da tutto ciò che la circonda, così diretta. Anche così forte, quando prende il figlio e si trasferisce in un quartiere persino peggiore di quello in cui è nata e va a lavorare in fabbrica…

Ecco, voi ce la vedete la perfettina Elena, la studiosa, la lagna, a sporcarsi le mani con gli insaccati e le celle frigorifere? Si spezzerebbe in due dopo un’ora! Il problema di Elena, anche in questo secondo romanzo, è che di fatto lei è una privilegiata, una a cui la vita – bene o male – ha sorriso, una a cui è stata data una grande possibilità di cambiare il proprio destino, di elevarsi dalle proprie origini. Elena è fortunata, ed Elena non sembra mai rendersene conto!

Elena è sempre troppo impegnata a piangere delle sue miserie – quali, di preciso? Il fatto che il ragazzo che le piace perda la testa per Lila? Che non si senta all’altezza dei figli dei professori?

E poi fa scelte sciocche, da ragazza leggera, non certo degne di una persona che tutti considerano assennata e saggia; scelte motivate soltanto dai suoi malumori da 15enne, dal suo sentirsi fuori dal mondo, incompresa, sola. Spiegatemi, ad esempio, il fatto di essersi concessa per la prima volta, sulla spiaggia, a un uomo adulto per cui sembrava – e sembra poi – nutrire solo disprezzo…

Elena, per quanto voglia risultare e cerchi di sentirsi superiore a tutti quelli che la circondano (Lila in primis), è sempre troppo svelta a buttarsi via. Elena sembra sempre non avere alcun rispetto per se stessa, e soprattutto nessuna stima e nessuna fiducia.

E questo disturba il lettore. Perché accidenti, lei ha potuto studiare quanto tutti gli altri hanno a malapena preso la licenza elementare! Lila ha dovuto lavorare da quando aveva 10 anni, spezzarsi la schiena in calzoleria, poi in salumeria, poi nel negozio di scarpe. Lila è dovuta crescere in un attimo, sposarsi, prendersi delle responsabilità. Lei invece è stata favorita dal destino, ha potuto inventarsi un futuro tutto suo. E si lamenta? E si sente sfortunata? E si piange addosso di continuo? Inconcepibile.

Così come è inconcepibile il senso di inferiorità che Elena sente nei confronti di Lila. Non importa quanto lei vada avanti e l’amica di infanzia sembri invece andare indietro, non importa se ogni volta che le due si vedono Elena cerchi di sentirsi meglio dell’altra. Da questi confronti che Elena non riesce a smettere di fare – perché Lila sarà cattiva, velenosa, pungente ma di fatto non si mette mai a paragone con l’altra – esce sempre e solo sconfitta.

E di fatto non c’è motivo che sia così. Non c’è motivo nemmeno di farli, i paragoni. Elena e Lila sono due persone diverse, due storie diverse. Perché mettere sempre ogni risultato, ogni esperienza a confronto con quelle, del tutto diverse, fatte dall’altra?

Ora, il libro si conclude con Nino Sarratore che, dopo essere stato l’amante di Lila e averla abbandonata incinta di suo figlio, rientra nella vita di Elena, diventata intanto una scrittrice.

Ecco, io non lo so come si svilupperà la storia nel terzo libro, non lo so cosa succederà. Ma spero solo che, in caso tra Elena e il ragazzo nasca qualcosa o succeda qualcosa, lei non prenda il tutto come un motivo di vanto, della serie: “Lila, vedi, ho vinto io! Mi hai portato via Nino ma poi lui è tornato da me. Io sono meglio di te”.

Perché i paragoni erano sciocchi a 10 anni, dopo i 20 sembrano davvero fuori dal mondo. Spero non succeda, ma perché, “conoscendo” Elena, ho la brutta sensazione che sarà proprio così? Vediamo…

 

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