Alla fine di un percorso – che sia questo breve o lungo – si avverte quasi sempre come una sorta di necessità di tirare le somme e fare un bilancio. Questa consuetudine a trarre considerazioni generali penso si possa applicare bene anche al mondo dei libri.

I quattro romanzi di Elena Ferrante (che io ho potuto leggere secondo i miei tempi, dal momento che quando ho iniziato la serie dell’Amica geniale erano già usciti tutti), anche se raccontano momenti diversi della vita delle protagoniste Elena e Lila, formano un corpus unico, sono come parti di un organismo unitario. Per questo, adesso che sono arrivata alla fine e ho chiuso anche “Storia della bambina perduta” posso permettermi qualche considerazione generale sulla tetralogia, oltre alle notazioni su questo romanzo in quanto tale.

Prima di tutto, per una volta mi sento di concordare con quello che mi è capitato di leggere online: gli ultimi due libri sono lunghi e corposi come numero di pagine senza però avere molto da dire. Si ha la sensazione, mano a mano che si procede con la lettura, che l’autrice abbia voluto allungare il brodo o suddividere una materia che sarebbe potuta stare comodamente in due (o tre) romanzi in quattro.

C’è tanto spazio per riflessioni filosofiche, sociologiche e politiche, nel terzo e nel quarto libro, riflessioni che non danno molto alla storia, ma stancano il lettore e allentano il ritmo dell’azione vera e propria. Elena si trova sempre più spesso a interagire con il mondo universitario e accademico, con i movimenti studenteschi, con le prime femministe e questo dà il là a chiacchiere e chiacchiere e chiacchiere, di lei con se stessa, naturalmente.

L’azione per larghi tratti latita, e gli episodi che potremmo definire davvero attivi e vissuti sono pochi, distribuiti qua e là. Nell’ultima parte del quarto libro, poi, assistiamo anche alla nascente passione di Lila per la storia archeologica napoletana, con il conseguente profluvio di pagine e pagine di racconti, aneddoti storici, informazioni interessanti, per carità, ma del tutto superflue.

Lo stile di scrittura di Elena Ferrante, almeno, resta lo stesso per tutto il tempo, e questo è un bene. Se anche i primi due libri sono più avvincenti e più belli da leggere per quello che raccontano, il fatto che tutti e quattro siano scritti bene, con uno stile che coinvolge e avvince aiuta ad andare avanti comunque, anche quando la vicenda si fa farraginosa e ci sono passaggi in cui si alzano gli occhi al cielo per la noia.

Con lo stile di scrittura della Ferrante saltare delle pagine è quasi impossibile, perché per quanto siamo annoiati dai discorsi e dalle riflessioni si ha sempre paura di perdersi qualcosa di importante. E allora si stringono i denti e si va avanti – io, almeno, in “Storia della bambina perduta” ho fatto così.

Per una volta ammetto che la narratrice Elena non mi è stata antipatica come in precedenza – probabile che a lei crescere e diventare adulta sia giovato. Quanto meno, dopo essere stata preda della passione per Nino (davanti alla quale il lettore inizia a scuotere la testa, senza smettere mai, sin dall’inizio fiorentino) per anni, riesce a riconquistare un briciolo di lucidità, tanto da mettere il fedifrago alla porta e andare avanti con le sue forze, e per questo non possiamo non stimarla un pochino di più.

Ho trovato – altro elemento abbondantemente messo in evidenza dai recensori online – il finale del romanzo abbastanza frettoloso. Non parlo solo della conclusione in quanto tale, con l’apparizione delle due bambole credute perse, ma delle ultime 100 pagine. Dopo essersi dilungata anche più del dovuto sui primi 40 anni delle protagoniste e sul destino di chi le circonda la Ferrante condensa tutto il resto, tirando via, sorvolando, evitando di approfondire.

Di Dede ed Elsa, ad esempio, si sa che sono partite per gli Stati Uniti, poi le ritroviamo moglie, madri, sistemate. Come è successo tutto? È successo e basta. Pasquale finisce in galera, qualcuno muore. È tutto buttato là, accennato. Guardando l’opera nella sua interezza si nota il suo essere sbilanciata.

Ma insomma, vale la pena o no di impegnarsi per leggere non uno, non due, non tre, ma addirittura quattro romanzi come questi per poter arrivare alla fine e mettere il punto? Secondo me, con le dovute precisazioni del caso, sì. La storia non è sempre avvincente allo stesso modo, lo abbiamo detto. La voce narrante Elena/Lenù/Lenuccia vi farà venire voglia di entrare nel libro per prenderla a schiaffi una pagine ogni due, lo abbiamo detto.

Però la galassia di personaggi che in questi romanzi prendono vita, la storia d’Italia che si scorge tra le righe – e a volte anche distintamente – tra quella più particolare dei protagonisti, l’ambientazione tutta e lo stile di scrittura meritano.

Forse, alla fine di “Storia della bambina perduta“, non tutte le premesse contenute in “L’amica geniale” si saranno realizzate e sublimate come i lettori avrebbero voluto, ma si deve comunque arrivare alla fine per avere un quadro chiaro del tutto. E per poter esprimere un paere

 

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