“Storia di chi fugge e di chi resta”: maturità di Elena e Lila

Terzo capitolo della tetralogia napoletana "L'amica geniale" di Elena Ferrante, edita da e/o

Nelle recensioni dei due romanzi precedenti della tetralogia napoletana di Elena Ferrante (“L’amica geniale” e “Storia del nuovo cognome“, ndr) mi sono fatta guidare dalla soggettività, dalle emozioni personali. Per questo terzo capitolo, “Storia di chi fugge e di chi resta“, invece, vorrei provare a fare un discorso un po’ più oggettivo, più ragionato.

Simpatie e antipatie a parte – non posso evitare di dire che, anche in questo caso, ho trovato la narratrice Elena pesante, antipatica, ingrata e tremendamente infantile – è interessante vedere come i personaggi di questa storia siano influenzati dal momento storico in cui vivono oppure, detto altrimenti, quanto alcuni loro atteggiamenti ci sembrano oggi lontani e inconcepibili, ma si possano comunque spiegare pensando agli anni in cui vivono.

Per una ragazza/donna di oggi il modo di Lila e Lenù di vivere la sessualità, da adolescenti ma soprattutto quando gli anni passano, è inconcepibile. C’è sempre la sensazione che quando si parla di rapporti intimi, la donna si senta colpevole, che l’intera faccenda sia vista in modo negativa. Ancora di più, Lenù subisce il rapporto con il marito, lui pensa solo a se stesso e lei non riesce a chiedere, se non con qualche gesto accennato, di poter provare anche lei piacere.

Oggi, dicevo, tutto questo ci sembra folle, da repressi. Ma dobbiamo inserire la vicenda nel contesto storico in cui si svolge. Siamo all’inizio degli anni ’80 e se la rivoluzione sessuale e il femminismo stanno per cambiare il panorama, le donne che abbracciano la nuova “filosofia” sono ancora casi isolati. Così Nadia Galiani è vista dalla protagonista – e dalla madre – come una svergognata, una troia, perché si porta l’uomo in casa e parla in maniera esplicita di certi argomenti; Mariarosa è all’avanguardia e disinibita perché cambia partner con leggerezza.

Se la maggior parte delle persone vedono queste donne “evolute” come mostri strani, anche le donne evolute in questione sbandierano e vivono la propria diversità in maniera esagerata – nessuna ragazza di oggi si comporterebbe come Elena ma probabilmente nemmeno come Nadia davanti alla madre. Siamo in un momento di transizione, e il racconto della protagonista ce lo rimanda in tutto il suo essere confusionario, complicato, straniante per chi ha sempre vissuto in maniera diversa.

Avevo promesso di essere oggettiva, ma mi perdonerete un piccolo scivolone. Elena diventa moglie e madre, ma non guadagna in simpatia. Il suo modo di approcciarsi alla vita, alle situazioni di tutti i giorni come a quelle più particolari, continua a essere incomprensibile, ai limiti del tollerabile, anche tenuto conto del periodo storico.

Elena si sposa, ma lo fa con un atteggiamento dimesso e sottomesso che non fa presagire niente di buono per il proseguo del rapporto con Pietro. Elena aiuta Lila quando l’amica crolla sotto i colpi della mente che si sfalda e della vita in fabbrica che la cinge d’assedio, ma lo fa, ci sembra, pensando più a se stessa, a dimostrare quanto è inserita, quanto è “importante” che al benessere dell’altra.

Elena rimane incinta e se durante la gravidanza sembra vivere un periodo di grazia, appena Adele (Dede) nasce e le cose iniziano a non andare troppo bene cade in alcuni comportamenti che sono talmente stereotipati e talmente infantili (il tema della cattiva madre, del malocchio, la paura di somigliare alla propria, di madre, e andando avanti il distacco sempre maggiore dal marito e il suo avvicinarsi ad altri uomini) che a tratti ci verrebbe voglia di entrare nel libro per darle una bella scrollata.

È vero che anche in questo caso il periodo storico conta, che non si può prescindere, nel soppesarla, dal suo essere fondamentalmente una donna della classe medio-bassa, cresciuta in un contesto fortemente superstizioso, una donna che tutto lo studio non può aver cambiato nel profondo.

Elena è diversa dalle ragazze e donne a cui avrebbe voluto assomigliare (Nadia, Mariarosa, le studentesse che incontra nel suo percorso accademico e poi alle assemblee), lo è perché essere nata e cresciuta in quella Napoli, in quella famiglia, in quel rione l’ha formata in un modo che non potrà mai cambiare. Elena può aver studiato, può aver imparato a esprimersi in italiano, ma nel profondo sarà sempre più simile a Lila, ad Ada, a Gigliola di quanto potrà mai esserlo a tutte le altre donne.

Per questo, quando la bimba piange e non dorme, Elena pensa che qualcuno abbia gettato su di loro un maleficio, che ci sia in lei qualcosa che non va. Per questo quando il marito si distacca, non riesce nemmeno a pensare di cercare un modo per far funzionare le cose. Per questo scrive pezzi vuoti e si affanna a costruirsi una vita sociale, che comunque non le da nessuna soddisfazione. Elena cerca di farsi andare a pennello un’esistenza per cui non ha gli anticorpi, per cui non è nata, e a cui, studi o non studi, non è nemmeno preparata. E per questo non c’è informazione di riparazione che tenga.

Che dire poi della parte finale del romanzo, della ricomparsa di Nino, dell’allontanamento dal marito e dell’abbandono delle figlie. Anche in questo caso, da lettori, verrebbe la tentazione di puntare il dito, di chiedere conto a Elena di una serie di comportamenti – e pensieri – che ci sembrano terribili, egoisti, incomprensibili. La tentazione verrebbe, soprattutto sull’onda della lettura. Riflettendo un po’ sulla cosa a mente fredda, però, ci si rende conto che il comportamento della protagonista non può essere considerato mostruoso, inumano, unico.

Magari, in quanto fidanzate, mogli, madri felici ci è difficile immaginare di lasciare tutto, di non considerare il benessere dei nostri figli come la cosa più importante, di poter anche solo pensare di vivere lontano da loro. Però, quante volte cose come queste succedono? Quante mogli lasciano i mariti per un altro (e mariti lasciano le mogli, certo)? Quanti figli vengono messi da parte, sacrificati non solo all’amore e alla passione ma anche allo spettro dell’auto-realizzazione, della carriera, del successo?

Elena non è un mostro perché sceglie Nino e si dimentica, per certi versi, di Dede ed Elsa; Elena non è un mostro perché pensa a se stessa e non a tutto il resto. In questo Elena è profondamente umana – come Lila, come tutti i personaggi della Ferrante.

E se da lettori “equilibrati” le scelte che fa non ci vanno giù, se ci sembrano crudeli, infantili, se lei ci sembra infantile e accecata dalla passione, non possiamo non ammettere che cose come questa accadono anche troppo spesso. Che potrebbero accadere anche alla nostra famiglia perfetta. Quando ci sono in ballo i sentimenti – o quelli che pensiamo essere sentimenti – ci riscopriamo tutti più egoisti e meno disponibili a trattare di quanto avremmo immaginato. In questo Elena non è Medea, è solo una donna come tante.

 

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