“The insult” e “Human flow”: a Venezia si parla di migrazione e rifugiati

In concorso, un documentario sui flussi che interessano l'Europa e un dramma nella Beirut di oggi

Il mio secondo giorno alla Biennale di Venezia è cominciato e si è concluso con delle proiezioni in concorso dal sapore quanto mai contemporaneo.

The insult”, di Ziad Doueiri, è ambientato a Beirut e parla del testa a testa in tribunale tra un libanese cristiano e un profugo palestinese, scatenato da un insulto. “Human flow”, dell’artista cinese Ai Weiwei, invece, è un documentario sui flussi migratori che interessano varie parti del mondo, l’Europa in particolare.

Entrambi i film, a modo loro, affrontano aspetti critici della migrazione, uno raccontandoci una storia, l’altro mostrandoci i fatti. Entrambi insistono sulla dignità dell’essere umano, di qualsiasi essere umano, quali che siano il suo passato e la sua condizione presente.

 

“HUMAN FLOW”: UN DOCUMENTARIO PER RACCONTARE LE MIGRAZIONI

Un film di Ai Weiwei. Con Boris Cheshirkov, Marin Din Kajdomcaj, Princess Dana Firas of Jordan, Abeer Khalid, Rania Khaleel Awad Al-Mutamid. Documentario, 140′. Germania, USA, 2017

Un lungo – forse troppo – insieme di filmati e informazioni che ci mettono davanti agli occhi in uno stile diretto e incisivo la situazione attuale. “Human Flow” di Ai Weiwei potremmo sintetizzarlo così. Il cartello che grida “Europa, non rimandarci all’inferno!” mi ha quasi spezzato il cuore.

Ai Weiwei si interessa da tempo al tema dei rifugiati, e l’anno scorso aveva ricoperto la Konzerthaus di Berlino di centinaia di giubbotti di salvataggio a simboleggiare i migranti morti in mare.

Il documentario segue i suoi viaggi nelle zone di confine e nei campi profughi di Asia Centrale, Europa, Africa e America: si vede l’artista cucinare e scherzare con i migranti, ma anche aiutare i soccorsi sul campo.

L’arte cinematografica è un mezzo potente, e sembra che Ai voglia sfruttarne la potenza per dire al mondo – e più nello specifico all’Europa – di comprendere e fare qualcosa. Ma cosa? Questo il regista non lo dice. In fondo non spetta a lui, in quanto artista, decidere le manovre politiche necessarie.

 

“THE INSULT”: CONFLITTI E INCOMPRENSIONI NEL LIBANO MULTIETNICO

Un film di Ziad Doueiri. Con Adel Karam, Kamel El Basha, Camille Salameh, Rita Hayek. Drammatico, 110′. Libano, 2017

Più complesso, “The insult”. Secondo le parole del regista, racconta la vicenda di due persone ordinarie che in circostanze straordinarie devono superare molte difficoltà per arrivare alla pace.

Perché il Libano è un luogo complesso, con gruppi etnici e religiosi diversi che convivono in uno spazio piuttosto limitato, risultato delle varie guerre che hanno dilaniato il Medio Oriente e creato milioni di rifugiati, perlopiù palestinesi.

I pregiudizi e i rancori verso “l’altro”, allora, alimentano fuochi che diventano sempre più grandi, fino a sfuggire di mano. L’episodio dell’insulto sembra banale, e probabilmente in un’altra città sarebbe finito lì. Invece a Beirut si carica di significati nascosti nati dalle ingiustizie, dalle guerre, dalle emergenze, che rendono i due contendenti vittime e colpevoli allo stesso tempo.

C’è davvero un vincitore alla fine del processo? Difficile dirlo, ma almeno c’è speranza, e forse tanto basta. Ricordiamoci che “Nessuno ha l’esclusiva della sofferenza”, come dice l’avvocato dell’accusa.

Ottimo ritmo, brillanti interpretazioni, regia fluida: un film che merita dei riconoscimenti.

E non dimentichiamoci delle donne, sagge e comprensive, che hanno un effetto calmante sugli uomini perché riescono a vedere la situazione in modo oggettivo. Ziad Doueiri adora le figure femminili e amerebbe vedere un mondo arabo governato da loro. Perché no? Vorrei vederlo anch’io.