“Un tè con i biscotti a Tokyo”: recensione del libro di Julie Caplin

Newton Compton pubblica questo romance, che unisce romanticismo e tradizione

Di tanto in tanto mi piace uscire dalla mia comfort zone di lettrice, provando a dare una chance a un romanzo che non rientra propriamente nei miei canoni. Non sempre questi esperimenti finiscono con un giudizio entusiasta sul romanzo in questione, ma vale comunque la pena tentare.

Un tè con biscotti a Tokyo” di Julie Caplin, edito da Newton Compton, rientra a pieno titolo nelle letture per me insolite. Forse già lo sapete, io e i romance non andiamo d’accordo. Per quanto ci provi ad avvicinarmi senza pregiudizi e con la migliore predisposizione a questi libri avvolti da copertine accattivanti, giocate nove su dieci su tonalità pastello, le storie narrate mi lasciano fredda, bene che vada tiepida.

Non riesco a “perdonare” alle autrici e agli autori di riproporre sempre lo stesso schema – una lei e un lui non vanno d’accordo all’inizio e poi finiscono per innamorarsi -, cambiando solo l’ambientazione. Ed eventualmente i comprimari – ma nemmeno tutti, perché nel 99% dei casi c’è sempre una ex bellissima/perfetta/inarrivabile nel passato del protagonista.

Tagliamo la testa al toro. “Un tè con biscotti a Tokyo” non è un brutto romanzo, nel suo genere. È scorrevole, piacevole da leggere, ben scritto. L’ambientazione giapponese è affascinante, e l’autrice è brava e intelligente a inserire nella sua storia molti riferimenti alla cultura nipponica classica, elevando il tono generale dell’opera.

La trama è abbastanza prevedibile – fin dalle prime pagine non serve un indovino per sapere come andranno a finire le cose per la protagonista Fiona – e, soprattutto, alcuni personaggi secondari (la madre di lei, la ex di lui) sono veramente dei luoghi comuni viventi. Eppure immagino che chi apprezza i romance lo faccia per la “magia” della storia d’amore e per la capacità di far sognare, e quelle al libro della Caplin non mancano di certo. 

Sono stata conquistata dalla storia? Non particolarmente. Correrò a leggere un altro romanzo come questo, adesso? Decisamente no. Sono arrivata alla fine senza alzare gli occhi al cielo ogni cinque parole, e tutto sommato con sensazioni positive? Direi di sì, ed è già un buon risultato.

Unico appunto: la traduzione del titolo. Rispetto all’originale “The Little Teashop in Tokyo”, quello italiano cancella ogni riferimento alla sala da tè tradizionale gestita dalla signora Haruka e dalla figlia, presso cui risiede Fiona in Giappone, e rimanda un’immagine più frivola, banale e soprattutto poco sensata. Perché “i biscotti”? Perché?

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