di Carmine Vincelli

 

Un film di Paolo e Vittorio Taviani. Con Luca Marinelli, Lorenzo Richelmy, Valentina Bellè, Francesca Agostini, Jacopo Olmo Antinori. Drammatico, 84’. Italia, Francia, 2017

Dal romanzo omonimo di Beppe Fenoglio

Data di uscita italiana: 1 novembre 2017

Tornando alla villa dove ha conosciuto l’amata Fulvia (Bellè), il partigiano Milton (Martinelli) scopre che forse fra lei e il suo migliore amico Giorgio (Richelmy), anche lui combattente, potrebbe essere nata una storia d’amore. Nel tentativo di ricevere da Giorgio un chiarimento, Milton intraprende un viaggio attraverso il paesaggio verde e nebbioso delle Langhe che è anche un percorso di conoscenza: di se stesso, dell’animo umano e della barbarie insensata della guerra.

 

Lento e potente: è apparso così uno dei film più attesi della Festa del Cinema di Roma, “Una questione provata” dei fratelli Taviani, ispirato al romanzo omonimo di Beppe Fenoglio.

Un viaggio raccontato da scene lente, con un’impostazione teatrale che ricorda “Maraviglioso Boccaccio”, riempite dal volto perennemente disperato e sconvolto di Milton (Marinelli).

Il suo sguardo é quasi sempre nascosto dal fumo lento del tabacco e sembra che il tempo di una sigaretta sia sufficiente per allontanarlo dal suo ruolo di partigiano e avvicinarlo, nei ricordi, a Fulvia (Bellè), il suo splendore, l’unico che penetra nei suoi occhi esausti.

La confusione creatasi in Italia nel “vicino” 1943 è sapientemente è descritta dai fratelli Paolo e Vittorio Taviani attraverso un immutabile nebbione, simbolo del minaccioso regime che potrebbe ritrovare terreno fertile nella nazione odierna.

La pellicola è, pertanto, anche un invito rivolto ai giovani di oggi, che offuscati dal muro di nebbia (un governo persuasivo) rischiano di essere poi assassinati. Perché i registi temono che la gioventù, illusa dalla politica, possa finire per abbandonare l’idea di unità e fare di tutto una questione privata.

Il film è un’indagine lenta e drammatica, tra presente e passato nella speranza di un futuro. Forse una conclusione, quella mai scritta dal grande Beppe Fenoglio